L'INVIDIA

(Otto Dix, "I sette peccati capitali", 1933)

Una carissima amica dal momento che ha annunciato il suo desiderio di investirsi nell'arte ha incontrato un sentimento che mai avrebbe sospettato nel suo entourage,cosi mi è toccato darle qualche traccia per individuare le dinamiche che investono un artista in certi ambienti,quanto segue approfondisce  l'argomento .Certo che tutta la mediatizazione che circola sul mondo dell'arte non aiuta i singoli che intraprendono il cammino delle arti presso gli amici,i parenti etc,Il sogno d'arte è comune a tutti quale dimensione di immensa libertà pur nella consapevolezza degli innumerevoli momenti di difficoltà che il quotidiano farà imperversare sul povero artista.Fatto stà che per una ragione o per un'altra e con la scusa delle "responsabilità" molti rinunciano a questo percorso salvo appena possibile congratularsi con l'artista per questa o quell'opera (sottinteso che solo chi si crede "intelligente" puo riconoscere l'intelligenza dell'altro!  ) e al contempo... consigliando,suggerendo,ponendo  tra le righe  un senso  che sa della mela avvelenata della favola di Biancaneve e i sette Nani .va da se che la frustrazione segreta del Collezionista acquistando l'opera vuole inconsciamente trasformare l'Artista nella mano,nell'appendice (specie in caso di commitenza) della sua mente (...) cio magari spesso e per fortuna non sempre! Ci sono anche spiriti illuminati,sensibilità vive.Un ultima annotazione:non sempre considero "l'invidia" come un fenomeno negativo,in fondo se la Natura ha collocato questo sentimento negli esseri viventi lo deve aver fatto per delle ottime ragioni...ha ha ha ha,la Natura Comunista,con una sensibilità Socialista....

 "Astio, gelosia, invidia hanno spesso come altro lato della medaglia la sudditanza nei confronti degli invidiati, non di rado ignari di esserlo e con ciò ancora più esposti alle conseguenze: questo vizio va di pari passo con l'ira di cui può essere motore: "aggressione, ostilità, conflitto, frustrazione, tensione, attrito, sono tutti concetti che hanno una loro giustificazione, ma che non è lecito usare in funzione di mascheramento o rimozione del fenomeno base costituito dall'invidia" Per approfondimenti, Helmut Schoek, L'invidia e la Società, Rusconi 1974.
«Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per importanza? Perché devo subire la sua superiorità?» Così s’interroga Nicolaj Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928) di Jurij Olesa, scrittore sovietico, meditando rancore sul suo nemico personale Babicev, che rappresenta ai suoi occhi un concentrato di negatività assolute.
L’invidia è antica come l’uomo;  l’invidia è forse l’unico vizio che non procura piacere; evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi e crescere ha bisogno del riconoscimento; quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che permette a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella demolizione dell’altro; oltre ad essere un vizio è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi impedendo la caduta del proprio valore svalutando l’altro; questa è la strategia dell’invidioso: svalutare le persone percepite come «migliori» di sé non solo in pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato invidiato considerato colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia l’invidiante. Non confondiamo invidia e gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la seconda è la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho; l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro; l’invidioso «è un carnefice di se stesso»
Nella società della competizione, del successo e della nuova ricchezza l’invidia cresce a dismisura, è proporzionale all’esibizione esagerata di pochi contro il disagio e la delusione di molti. Il sociologo Paolo De Nardis parla dell’invidia nel suo L’Invidia. Un rompicapo per le scienze sociali (2000) e avanza l’interrogativo se l’invidia non sia un peccato capitale della nostra società: così Helmut Schoeck nel suo L’invidia e la società (1974) dimostra che l’invidia è uno dei più importanti motori sociali sia nelle società comuniste, sia in quelle capitalistiche e c’è anche chi annota che l’invidia è stata considerata una pecca della democrazia già dal mondo greco, dalle Vespe di Aristofane fino alle acute analisi di Tocqueville. In una società in cui tutti sono uguali ci si chiede perché tizio è più ricco o più famoso di me. Anche per F. Nietzsche è tipico di tutti i movimenti egualitari - cristianesimo, socialismo, democrazia -, avere uno spirito gregario: il gregge si difende odiando e invidiando chi sta sopra e sostiene che l’inferno è un’invenzione dei cristiani che si trovano al fondo della classe sociale. Nelle società in cui la disuguaglianza è assunta come un dato naturale si è indotti ad accettare più facilmente la supremazia dell’altro e a tollerare il proprio limite. Mentre nelle società dove la disuguaglianza è ritenuta innaturale o prodotto dell’iniquità sociale, l’invidia veste i panni della virtù e si trasforma in istanza di giustizia.
L’invidia è un sentimento che non sopporta il limite naturale in forza di una pressione sociale, perché è la società a decidere il valore degli individui, e nella società contemporanea il criterio di decisione è il successo. Il sentirsi limitati e impotenti ha un carattere costitutivamente relazionale nel senso che dipende dalle relazioni sociali attraverso cui passa il riconoscimento individuale; quando la società fa mancare il riconoscimento produce la metamorfosi dell’impotenza in invidia e aumenta al suo interno la circolazione di questo sentimento che impoverisce il mondo senza riuscire a valorizzare chi lo prova; è proprio questa la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento e a non lasciarlo mai trasparire perché altrimenti darebbe a vedere la sua impotenza, la sua inferiorità e la sua sofferenza.
L’invidia in questa prospettiva è un indotto sociale, e, fatta salva l’istanza di giustizia che può promuovere, è un sentimento «inutile» perché non approda alla valorizzazione di sé, «doloroso» perché rabbuia e impoverisce il mondo e per giunta è un sentimento da tenere «nascosto» senza neppure il conforto che può venire dal parlarne con qualcuno; pochissimi, infatti, parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé; parlare della persona che si invidia e spiegare il perché significa parlare della parte più profonda di se stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in noi stessi.

" IL BUON FORMAGGIO "

Chi vuole guastarsi l'appetito non ha che da leggersi questo articolo di La Repubblica it. Questo fatto gravissimo dà la misura di qualcosa che non era mai accaduto in tali proporzioni nel paese e purtroppo nessuno spiraglio,nessuna speranza che qualcosa a breve possa cambiare...

Un imprenditore siciliano "riciclava" scarti di produzione
Tornavano sugli scaffali sotto froma di altri prodotti caseari
La truffa dei banditi della tavola
rivendevano formaggio avariato
di PAOLO BERIZZI       

La truffa dei banditi della tavola rivendevano formaggio avariato
CREMONA - Nel formaggio avariato e putrefatto c'era di tutto. Vermi, escrementi di topi, residui di plastica tritata, pezzi di ferro. Muffe, inchiostro. Era merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece i banditi della tavola la riciclavano. La lavoravano come prodotto "buono", di prima qualità.

Quegli scarti, nella filiera della contraffazione, (ri) diventavano fette per toast, formaggio fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, provola, stracchino, gorgonzola. Materia "genuina" - nelle celle frigorifere c'erano fettine datate 1980! - ripulita, mischiata e pronta per le nostre tavole. Venduta in Italia e in Europa. In alcuni casi, rivenduta a quelle stesse aziende - multinazionali, marchi importanti, grosse centrali del latte - che anziché smaltire regolarmente i prodotti ormai immangiabili li piazzavano, - senza spendere un centesimo ma guadagnandoci - a quattro imprese con sede a Cremona, Novara, Biella e Woringen (Germania).

Tutte riconducibili a un imprenditore siciliano. Era lui il punto di riferimento di marchi come: Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del Latte di Firenze. E ancora: Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi, e altre multinazionali europee, in particolare austriache, tedesche e inglesi. E' quello che si legge nell'ordinanza del pm cremonese Francesco Messina. Un giro da decine di milioni di euro. Una bomba ecologica per la salute dei consumatori.

Le indagini - ancora aperte - iniziano due anni fa. A novembre del 2006 gli uomini della Guardia di Finanza di Cremona fermano un tir a Castelleone: dal cassone esce un odore nauseabondo. C'è del formaggio semilavorato, in evidente stato di putrefazione. Il carico è partito dalla Tradel di Casalbuttano ed è diretto alla Megal di Vicolungo (Novara). Le due aziende sono di Domenico Russo, 46 anni, originario di Partinico e residente a Oleggio. E' lui l'uomo chiave attorno al quale ruota l'inchiesta. E' lui il dominus di una triangolazione che comprende, oltre a Tradel e Megal, un terzo stabilimento con sede a Massazza, Biella, e una filiale tedesca. Tradel raccoglie, sconfeziona e inizia la lavorazione. Megal miscela e confeziona. A Casalbuttano i finanzieri trovano roba che a vederla fa venire i conati. Prodotti caseari coperti da muffe, scaduti, decomposti e, peggio ancora, con tracce di escrementi di roditori. Ci sono residui - visibili a occhio nudo - degli involucri degli imballi macinati. Dunque plastica. Persino schegge di ferro fuoriuscite dai macchinari. La vera specialità della azienda è il "recupero" di mozzarelle ritirate dal mercato e stoccate per settimane sulle ribalte delle ditte fornitrici, di croste di gorgonzola, di sottilette composte con burro adulterato, di formaggi provenienti da black out elettrici di un anno prima. "Una cosa disgustosa - racconta Mauro Santonastaso, comandante delle fiamme gialle di Cremona -. Ancor più disgustoso - aggiunge il capitano Agostino Brigante - , è il sistema commerciale che abbiamo scoperto".

Non possono ancora immaginare, gli investigatori, che quello stabilimento dove si miscela prodotto avariato con altro prodotto pronto è lo snodo di una vera e propria filiera europea del riciclaggio. Mettono sotto controllo i telefoni. Scoprono che i pirati della contraffazione sono "coperti" dal servizio di prevenzione veterinaria dell'Asl di Cremona (omessa vigilanza, ispezioni preannunciate; denunciati e sospesi il direttore, Riccardo Crotti, e due tecnici).

Dalle intercettazioni emerge la totale assenza di scrupoli da parte degli indagati: "La merce che stiamo lavorando, come tu sai, è totalmente scaduta... ", dice Luciano Bosio, il responsabile dello stabilimento della Tradel, al suo capo (Domenico Russo). Che gli risponde: "Saranno cazzi suoi... " (delle aziende fornitrici, in questo caso Brescialat e Centrale del Latte di Firenze, ndr). Il formaggio comprato e messo in lavorazione è definito - senza mezzi termini - "merda". Ma non importa, "... perché se la merce ha dei difetti. .. io poi aggiusto, pulisco, metto a posto... questo rimane un discorso fra me e te... " (Russo a un imprenditore campano, si tratta la vendita di sottilette "scadute un anno e mezzo prima"). Nell'ordinanza (decine le persone indagate e denunciate: rappresentanti legali, responsabili degli stabilimenti, impiegati, altre se ne aggiungeranno presto) compaiono i nomi delle aziende per le quali il pm Francesco Messina configura "precise responsabilità".

Perché, "a vario titolo e al fine di trarre un ingiusto profitto patrimoniale, hanno concorso nella adulterazione e nella contraffazione di sostanze alimentari lattiero-casearie rendendole pericolose per la salute pubblica". Il marchio maggiormente coinvolto - spiegano gli investigatori - è Galbani, controllato dal gruppo Lactalis Italia che controlla anche Big srl. "Sono loro i principali fornitori della Tradel. Anche clienti", si legge nell'ordinanza. Per i magistrati il sistema di riciclaggio della merce si basa proprio sui legami commerciali tra le aziende fornitrici e la Tradel. Con consistenti vantaggi reciproci. Un business enorme: 11 mila tonnellate di merce lavorata in due anni. Finita sugli scaffali dei discount e dei negozi di tutta Europa. Tremila le tonnellate vendute in nero. E gli operai e gli impiegati? Erano consapevoli. Lo hanno messo a verbale. Domanda a un'amministrativa: "Ha mai riferito a qualcuno che la merce era scaduta o con i vermi?". Risposta: "No, tutti lo sapevano".

                                                                                                                      (4 luglio 2008)

SANTA ANARCHIA

...ve li ricordate i tempi degli anarchici? Si di quella gente pistolettara e bombarola che tanta cagarella al culo hanno fatto venire alle monarchie di tutta Europa,chesso chi si ricorda di Gaetano Bresci (fece fuori un Re ! ),la lista sarebbe lunga,vi assicuro che mi mancano quei tempi mica tanto perchè mi stà sui coglioni Vittorio Emanuele,anzi,uno che come lui "spara" sulla Monarchia Italiana non lo troviamo piu,diciamo che ci serve da vivo ok .Voglio dire che oggi c'è una specie di Mascalzoni tirati a lustro che non ha piu paura di nessuno,e questo sinceramente non lo trovo giusto,credo che la violenza di una certa parte della società sia la risposta ultima ad una impunità che deve assolutamente cessare se non vogliamo minare le fondamenta della società civile.

Spagna, il martirio dei"santi peccatori"
La guerra ai rossi come nuova Crociata: un manifesto dei nazionalisti franchisti del 1936-39

Beatificazione di massa, decisa dal Papa, per 498 sacerdoti e laici uccisi nella Guerra civile. Ma davvero tutto può spiegarsi con i “crimini del comunismo”?

Nei tre anni (1936-1939) in cui infuriò la guerra civile spagnola la violenza non risparmiò nessuno e le efferatezze furono distribuite a piene mani da entrambi i contendenti. Perché ci si uccida tra spagnoli e spagnoli (ma anche tra italiani e italiani, tra francesi e francesi) occorre un surplus di ferocia rispetto alle guerre «normali» tra Stati. Fu così anche in Spagna. In generale, però, il «terrore rosso» fu - almeno in linea di principio - condannato e represso dalle autorità civili e militari, dalla direzione e dai quadri del Partito comunista spagnolo, così come dalle istituzioni dirigenti degli anarchici della Federazione anarchica iberica (Fai) e della Confederazione nazionale del lavoro (Cnt). Da parte dei franchisti, invece, il massacro dei «rossi» rientrava in una sorta di missione civilizzatrice come quella che aveva ispirato le crudeltà delle spedizioni coloniali in Marocco. Le truppe spagnole schierate con Franco avevano stroncato la resistenza marocchina mediante stragi e esibizioni dei cadaveri.

Nella Spagna della guerra civile questa tecnica di combattimento divenne un progetto politico: «Dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere...», diceva Gonzalo de Aguilera, l'addetto stampa di Franco, «il nostro programma consiste nello sterminio di un terzo della popolazione maschile spagnola. Così il paese sarà ripulito e ci difenderemo dal proletariato». La Chiesa spagnola appoggiò senza riserve questo tipo di guerra, interpretata come una nuova Cruzada contro gli infedeli. I franchisti presero l'abitudine di gettare i nemici nelle «discariche» delle fosse comuni; in Galizia, nelle Asturie, in Andalusia decisero anche di non registrare all'anagrafe i morti repubblicani, mettendoli così simbolicamente al bando dalla nazione. Non a caso usavano il termine limpieza, in cui c'è proprio la metafora del cadavere=rifiuto da smaltire. Contemplando questi scempi (ai quali si adeguarono anche i repubblicani), George Bernanos amareggiato osservava: «La guerra di Spagna è una fossa comune. La fossa comune dove imputridiscono i principi veri e quelli falsi, le intenzioni buone e quelle cattive». Oggi, quelle fosse comuni vengono riaperte insieme a ferite che il tempo non riesce a sanare. È una memoria inquieta quella della Spagna, una memoria che sta trovando un suo approdo legislativo con la «Legge sulla Memoria Storica» che condanna il franchismo e intende ridare dignità alle vittime attraverso la dichiarazione di nullità dei processi franchisti e l'esumazione dei cadaveri dei repubblicani sotterrati anonimamente in fosse comuni. Il provvedimento suscita tutte le perplessità che accompagnano da sempre la pretesa di uno Stato di sancire per legge una verità storica. In Spagna, però, si tratta ora di recintare una memoria pubblica fondata sulla libertà e sulla democrazia che non può non fare i conti con la dittatura e la tirannia del regime franchista.

In questo senso, tutto politico e molto poco ecclesiastico, bisogna leggere la scelta della Chiesa di beatificare 498 sacerdoti e laici uccisi dai repubblicani negli anni 30: una cerimonia di massa con più di un milione di fedeli che saranno trasportati a Roma. Perché questa imponenza, questo gigantesco rito collettivo? Certamente la violenza anticlericale fu parte integrante della ferocia di quella guerra: circa 6800 tra preti, frati, monaci e suore furono uccisi. Da dove scaturì quella rabbia?

Veramente tutto può spiegarsi con i «crimini del comunismo»? Puntualmente, in molti episodi di crudeltà, sembra piuttosto emergere l'utopia millenaristica e contadina del «mondo alla rovescia»: Cristi, Vergini, santi venivano decapitati, accecati, trascinati per i piedi lungo le strade, prima di ardere nei falò, o essere condotti nella stalla o nel porcile, camuffati con abiti burleschi, messi di sentinella con scope o bastoni. Altre volte il popolo si abbandonava a carnevalesche parodie di riti liturgici, processioni farsesche, pantomime di episodi evangelici. Ci fu molta spontaneità popolare accanto a una forte impronta di lotta di classe.

In questo senso c'è un episodio significativo da raccontare: il 12 agosto 1936, dal villaggio di Vallecas furono prelevati 300 detenuti franchisti per essere fucilati; arrivati in aperta campagna, furono divisi in gruppi di 12 e così fecero anche i miliziani: 12 fucilatori per 12 fucilati. A un certo punto la macabra sequenza si interruppe; uno dei prigionieri mostrò le sue mani callose da lavoratore; i fucilatori guardarono le mani dei fucilati, li riconobbero come fratelli di classe e li risparmiarono; in compenso, nel primo gruppo di 12 era stato riconosciuto il vescovo di Jaèn: quando fu dato l'ordine di fare fuoco, tutti e 12 i miliziani spararono sul sacerdote che cadde crivellato di colpi mentre gli altri 11 restarono illesi.


                                                                                              GIOVANNI DE LUNA

OGGI IN SPAGNA...
...Il Congresso ha anche affrontato altri temi eticamente sensibili, in primo luogo l'eutanasia e l'aborto per il quale si chiede una maggiore liberalizzazione che incorpori "le esperienze più innovatrici" in Europa in questo campo.


Per consolidare il principio della laicità dello Stato, i socialisti  di Zapatero si ripromettono di puntare in futuro sulla necessità di educare le giovani generazioni a "un'etica pubblica basata sui valori costituzionali" e sulla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. In parte, è questo il senso della creazione, lo scorso anno, della nuova materia di studio della "educazione alla cittadinanza", che ha già provocato non poche frizioni con la Conferenza episcopale, irritata anche per il fatto che l'ora di religione è stata nel frattempo declassata a materia non computabile per la valutazione dell'alunno. Non sono mancati, da parte di diversi vescovi, gli inviti all'obiezione di coscienza per boicottare i nuovi corsi. 

"LE STRANE COSE"

...non passa giorno che la stampa riporti di questo e quell'evento d'arte,per lo piu si tratta di "installazioni" di dimensioni monumentali con una accurata scenografia e parecchia teatralità nell'allestimento,punto quasi comune a tutte il pubblico,il fruitore che vi entra,vi gira intorno,tocca,manifesta il suo sconcerto e la sua perplessità,la stampa segue,la "critica ufficiale" e quella meno ufficiale si guardano bene dall'esprimere giudizi per cosi dire..."critici",vuoi perchè le "agenzie",le gallerie che organizzano l'evento,il mercato,l'investitore e diciamolo lo speculatore (...)gliela farebbero pagare,vuoi perchè effetivamente il piu delle volte c'è poco da aggiungere,da dire....non sorvoliamo sui costi di allestimento delle suddette opere e la loro impossibilità ad essere acquistate e ancor piu detenute,infatti chi possiede un castello per allogiare alcune di esse?! Sorge allora l'interrogativo : "ma allora a che servono?" Credo che la risposta abbia a che fare con "'l'immagine" di questa o quella istituzione,organizazione commerciale,Galleria d'Arte,personaggio e via dicendo,da sempre la monumentalità feticista, elitaria in certi ambienti paga eccome se paga.Ancora la disocupazione di un gran numero di architetti ha rinfoltito enormemente le schiere d'arte...dopo i guasti dell'urbanismo contemporaneo cosa ci apporteranno i nostri cari "fratelli separati" ?

 Carteggio Albert Einstein - Sigmund Freud

PERCHE LA GUERRA ,

Lettera di Einstein a Freud - Gaputh (Potsdam), 30 luglio 1932 

Caro signor Freud,
La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo "Istituto internazionale di cooperazione intellettuale" di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d'opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E': ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.
Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco. Quanto a me, l'obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m'aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all'ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l'aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un'autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l'obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s'incontra la prima difficoltà: un tribunale è un'istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali. Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s'avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di impone il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all'esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d'azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v'è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L'insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell'ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz'ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.
Tuttavia l'aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un'altra domanda: com'è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l'attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono a1 potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.
Pure, questa risposta non dà neanch'essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com'è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all'olocausto di sé?
Una sola risposta si impone: perché l'uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.
Arriviamo così all'ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l'evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione? Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L'esperienza prova che piuttosto la cosiddetta "intellighenzia" cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l'intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.
Concludendo: ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l'istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e pazza di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l'occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati.
So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d'azione.
Molto cordialmente Suo
Albert Einstein

La risposta di Freud

Caro signor Einstein,
Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell'interesse di altri, ho acconsentito prontamente. Mi aspettavo che Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d'oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d'accesso, in modo che da diversi lati s'incontrassero sul medesimo terreno. Lei mi ha pertanto sorpreso con la domanda su che cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la fatalità della guerra. Sono stato spaventato per prima cosa dall'impressione della mia - starei quasi per dire: della nostra - incompetenza, poiché questo mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come ricercatore naturale e come fisico, bensì come amico dell'umanità, che aveva seguito gli incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l'esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l'incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale. Ho anche riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di uno psicologo. Ma anche a questo riguardo quel che c'era da dire è gia stato detto in gran parte nel Suo scritto. In certo qual modo Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi. nella misura in cui lo svolgo più ampiamente seguendo le mie migliori conoscenze (o congetture).
Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola "forza" con la parola più incisiva e più dura "violenza"? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l'uno si è sviluppato dall'altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo; la concatenazione dell'insieme mi obbliga a farlo.
I conflitti d'interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l'uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l'uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell'astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un'altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi. Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l'uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l'introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell'infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l'avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l'avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l'uccisione del nemico soddisfa un'inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All'intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s'intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall'intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell'evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l'accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall'unione di più deboli. L'union fait la force. La violenza viene spezzata dall'unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità. Ma perché si compia questo passaggio dalla violenza al nuovo diritto deve adempiersi una condizione psicologica. L'unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere il prepotente e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il giuoco si ripeterebbe senza fine. La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull'osservanza delle prescrizioni - le leggi - e che provvedano all'esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s'instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.
Con ciò, penso, tutto l'essenziale è gia stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni.
La cosa è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza in modo violento, al fine di rendere possibile una vita collettiva sicura. Ma un tale stato di pace è pensabile solo teoricamente, nella realtà le circostanze si complicano perché la comunità fin dall'inizio comprende elementi di forza ineguale, uomini e donne, genitori e figli, e ben presto, in conseguenza della guerra e dell'assoggettamento, vincitori e vinti, che si trasformano in padroni e schiavi. Il diritto della comunità diviene allora espressione dei rapporti di forza ineguali all'interno di essa, le leggi vengono fatte da e per quelli che comandano e concedono scarsi diritti a quelli che sono stati assoggettati. Da allora in poi vi sono nella comunità due fonti d'inquietudine - ma anche di perfezionamento - del diritto. In primo luogo il tentativo di questo o quel signore di ergersi al di sopra delle restrizioni valide per tutti, per tornare dunque dal regno del diritto a quello della violenza; in secondo luogo gli sforzi costanti dei sudditi per procurarsi più potere e per vedere riconosciuti dalla legge questi mutamenti, dunque, al contrario, per inoltrarsi dal diritto ineguale verso il diritto uguale per tutti. Questo movimento in avanti diviene particolarmente notevole quando si danno effettivi spostamenti dei rapporti di potere all'interno della collettività, come può accadere per l'azione di molteplici fattori storici. Il diritto si può allora conformare gradualmente ai nuovi rapporti di potere, oppure, cosa che accade più spesso, la classe dominante non è pronta a tener conto di questo cambiamento, si giunge all'insurrezione, alla guerra civile, dunque a una temporanea soppressione del diritto e a nuove testimonianze di violenza, in seguito alle quali viene instaurato un nuovo ordinamento giuridico. C'è anche un'altra fonte di mutamento del diritto, che si manifesta solo in modi pacifici, cioè la trasformazione dei membri di una collettività, ma essa appartiene a un contesto che può essere preso in considerazione solo più avanti.
Vediamo dunque che anche all'interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell'umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell'una parte ad opera dell'altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell'agognata pace "eterna", poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente. E inoltre la conquista ha potuto fino ad oggi creare soltanto unificazioni parziali, anche se di grande estensione, e sono proprio i conflitti sorti all'interno di queste unificazioni che hanno reso inevitabile il ricorso alla violenza. Così l'unica conseguenza di tutti questi sforzi bellici è che l'umanità ha sostituito alle continue guerricciole le grandi guerre, tanto più devastatrici quanto meno frequenti.
Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un'autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione - i singoli Stati - gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un'istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell'umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l'autorità (cioè l'influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l'altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l'hanno pur svolta. L'idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l'aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un'autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt'altra direzione. C'è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all'insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.
Posso ora procedere a commentare un'altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all'odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un'istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all'esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni?
Noi presumiamo che le pulsioni dell'uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata - vincolata, come noi diciamo - con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente esotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all'aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle.
Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E' assai raro che l'azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d'altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l'azione. Uno dei Suoi colleghi l'aveva già avvertito, un certo professor G. C. Lichtenberg, che insegnava fisica a Gottinga al tempo dei nostri classici; ma forse egli era anche più notevole come psicologo di quel che fosse come fisico. Egli scoprì la rosa dei moventi, nell'atto in cui dichiarò: "I motivi per i quali si agisce si potrebbero ripartire come i trentadue venti e indicarli con nomi analoghi, per esempio 'Pane-Pane-Fama' o 'Fama-Fama-Pane'." Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un'intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l'impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.
Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po' di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l'aiuto di certi organi, si rivolge all'esterno, verso gli oggetti. L'essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all'interno dell'essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all'eresia di spiegare l'origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell'aggressività verso l'interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l'essere vivente e non può non avere un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quanto lo sia la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Forse Lei ha l'impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, in questo caso neppure festosa. Ma non approda forse ogni scienza naturale in una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per Lei, nel campo della fisica?
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c'è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l'aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l'aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l'uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un'illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all'odio contro tutti gli stranieri. D'altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l'aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.
Partendo dalla nostra dottrina mitologica delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all'antagonista di questa pulsione: l'Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d'amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: "ama il prossimo tuo come te stesso".
Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L'altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l'assetto della società umana.
L'abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell'innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un'autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all'educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient'altro potrebbe produrre un'unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E' triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.
Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E' meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m'interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un'indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l'antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell'umanità. Qualcuno dei punti qui enumerati può evidentemente essere discusso: ci si può chiedere se la comunità non debba anch'essa avere un diritto sulla vita del singolo; non si possono condannare nella stessa misura tutti i tipi di guerra; finché esistono stati e nazioni pronti ad annientare senza pietà altri stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi alla guerra. Ma noi vogliamo sorvolare rapidamente su tutto ciò, giacché non è questa la discussione a cui Lei mi ha impegnato. Ho in mente qualcos'altro, credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo. Siamo pacifisti perché dobbiamo esserlo per ragioni organiche: ci è poi facile giustificare il nostro atteggiamento con argomentazioni.
So di dovermi spiegare, altrimenti non sarò capito. Ecco quello che voglio dire: Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo.
Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all'estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all'addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l'idea che l'incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l'incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsiona!i. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell'intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l'interiorizzazione dell'aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l'atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un'intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l'evoluzione civile lavora anche contro la guerra.
La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L'hanno delusa.
Suo Sigm. Freud

Perché la guerra infinita

Salvatore Distefano

Nell'immagine il dottor Stranamore a cavallo di una bomba...tratta dal fil di Stanley Kubick

"Escalation - Anatomia della guerra infinita" di Alberto Burgio, Manlio Dinucci e Vladimiro Giacché, casa editrice DeriveApprodi, 2005, euro 13,50, è un libro molto coraggioso. Un testo accessibile ed essenziale, scritto a più mani ma organico e coerente, che va controcorrente in un mondo segnato dal conformismo omologante; al tempo stesso, è la dimostrazione concreta che non siamo in presenza di un "pensiero unico", ma di un pensiero dominante, quello borghese, che però è possibile contrastare attraverso l'analisi rigorosa e la denuncia argomentata e scientifica. Un'operazione di verità indispensabile per contrastare il "senso comune" e interloquire con quella parte, ampia, dell'opinione pubblica che nel suo immaginario collettivo vede gli Stati Uniti come il paese della libertà e della democrazia. Invece, c'è un'altra America. E rovesciando il rapporto tra apparenza e realtà, si tenta il superamento dell'azione "scientifica" di disinformazione rivelando ai lettori, che si spera siano molti specialmente tra i giovani, che la libertà di stampa è stata quasi spenta, dopo "la lezione del VietNam", proprio in uno dei paesi che da sempre ne ha fatto vanto. Riemerge, quindi, la questione del "fronte interno" (basti pensare a tal proposito alla Prima guerra mondiale), che dev'essere mobilitato e schierato a favore della guerra: ciò significa controllo dell'informazione e sua costante manipolazione. I media diventano così funzionali al rovesciamento della verità fattuale, fino ad affermare orwellianamente che la "guerra è pace"; inoltre, lavorano per instillare indifferenza e disinteresse, portando la gente a forme, che il libro evidenzia lucidamente, di "mitridatizzazione". Scopriamo, allora, ed è questa una tesi portante di "Escalation", che il Terzo Millennio non è cominciato all'insegna della pace e della felicità; anzi, la guerra diventa elemento costante, normale, appunto "infinita". Risulta così incontrollata e devastante, al contrario di quanto avveniva col bipolarismo, quando l'Unione Sovietica fungeva oggettivamente da contrappeso all'aggressività imperialista degli USA; non per caso in quel contesto mondiale abbiamo assistito a processi di liberazione nazionale, decolonizzazione ed emancipazione tanto da costringere l'America e l'intero Occidente ad una crisi profonda dalla quale riuscì a venir fuori con il reaganismo-teachterismo, peraltro avvantaggiato dalla caduta del "socialismo reale" nell'era del gorbaciovismo. L'altra tesi che il libro smonta concerne il terrorismo. Non solo perché il terrorismo non è equiparabile alla guerra, ché in tal modo dimenticheremmo tutto il dibattito sulle sue vere cause e scivoleremmo sul piano inclinato della "follia" e della "pulsione di morte", ma soprattutto per la ragione essenziale che lo stesso 11 settembre mostra aspetti a dir poco oscuri e inquietanti, come del resto hanno scritto a chiare lettere molti intellettuali in America e in Europa. Il passaggio sul terrorismo è esplicito: "11 settembre 2001, l'uso economico del terrore"; si nega, dunque, tutto ciò che viene in gran parte teorizzato, per non farsi irretire nel coccodrillismo dilagante e, al contrario, dare fondate spiegazioni. Ed è per questo che si sottolinea il nesso tra finanza e terrore squadernando il funzionamento del sistema finanziario internazionale, nell'ambito del quale si scopre "che i finanziatori di bin Laden e dei talebani erano, sino al 2001, gli stessi Stati Uniti e Stati "amici" come il Pakistan e l'Arabia Saudita. Nel solo anno 2001 gli USA versarono al governo dei talebani 124 milioni di dollari". L'11 settembre diventa pertanto lo strumento per risolvere una crisi già in atto, classica crisi di sovrapproduzione, reclamando un ruolo attivo dello Stato per quanto riguarda, ad esempio, i contributi e il taglio delle tasse alle imprese. Si può dire che l'attentato offre l'opportunità al governo USA "di giocare un ruolo attivo nella gestione della crisi economica in atto": dall'impulso dato al processo di concentrazione dei capitali, alle riduzioni delle tasse per 100 miliardi di dollari e sgravi fiscali per le imprese e per i capitali; ma soprattutto il rilancio in grande stile delle spese militari, vero keynesismo di guerra, o meglio "militarismo economico": categoria interpretativa indispensabile per comprendere che, purtroppo, la guerra fa bene all'economia USA. Dunque, dal welfare al warfare: l'economia USA è "drogata" dalla produzione bellica e le spese per gli armamenti reggono una parte sostanziosa dell'industria americana. È evidente che nel libro la guerra mossa dagli Stati Uniti all'Iraq ha un posto centrale, anche se il lavoro di Burgio, Dinucci e Giacché non parla solo ed esclusivamente dell'Iraq, dove peraltro la famigerata "guerra preventiva" (ferita che ha pochi precedenti nella storia del diritto internazionale) ha sin qui provocato diecine di migliaia di morti, nonché la quasi totale distruzione del Paese (a proposito: quante Falluja ci dovranno essere affinché i nostri democratici si sveglino dal "sonno dogmatico"? Di più: perché si continua in modo razzista a considerare un morto occidentale più importante di un morto di qualsiasi altra parte del mondo?), senza che si siano trovate quelle armi di distruzione di massa che secondo gli USA erano situate nel territorio iracheno. Né, a questo proposito, può essere taciuto il servilismo del governo italiano e della stampa nazionale, che partiti lancia in resta sulla base delle veline fornite dalla CIA, non si sono mai autocriticati nonostante il palese fallimento della strategia yankee. Per non parlare delle elezioni farsa, del previsto ritorno della Shariah, della democrazia che non si è mai vista, e della disumanità di coloro che professano i diritti umani. Ed è grazie alla resistenza del popolo iracheno che gli imperialisti americani si sono fermati nella loro politica di aggressione di altri Stati della regione, i cosiddetti "stati canaglia", poiché la strategia neo-con, che vede in Bush l'esecutore infaticabile, contempla il controllo di un'area vastissima, di cui l'Iraq fa parte, che faccia da perno per il dominio dell'intero pianeta. Del resto, l'approccio geopolitico è la chiave del saggio che apre il volume, quello di Manlio Dinucci, che spiega con puntualità come la fine della guerra fredda, che lo studioso fa sostanzialmente coincidere con il crollo dell'URSS di Gorbaciov, abbia significato un riorientamento strategico statunitense, che attribuisce all'Asia grande rilevanza, riorientamento teso al controllo delle risorse, secondo un modello di potenza globale che fa diventare la guerra un evento ordinario infrangendo le regole che gli stati e gli organismi internazionali in qualche modo avevano tentato di darsi almeno dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè dopo l'assalto hitleriano al mondo intero. Torna così attuale la categoria dell'imperialismo per comprendere la politica di aggressione e di conquista degli Stati Uniti, ma al tempo stesso la resistenza che essa incontra negli stati che vogliono intanto affermare i loro interessi, di là da realtà identificabili con sistemi statuali socialisti. L'economia USA e le sue dinamiche perverse è approfonditamente analizzata da Vladimiro Giacché, che spiega il business della guerra: "[...] per le industrie degli armamenti la guerra è essenziale tanto perché fornisce alla merce-armi il momento del consumo, e quindi ne rialimenta la produzione, quanto per il fatto di rappresentare un terreno ideale di sperimentazione di nuove armi e di dimostrazione della loro efficacia per i potenziali acquirenti", e il business della ricostruzione, "dopo aver lucrato sulla distruzione di un paese, è possibile lucrare anche sulla sua ricostruzione", nell'ottica del controllo del petrolio iracheno da parte delle multinazionali americane per accaparrarsi risorse, ma anche per indebolire i paesi fortemente dipendenti, come il Giappone e la Cina. Con altrettanta chiarezza Giacché ci rende edotti sulle dinamiche valutarie dollaro/euro affermando la guerra all'Iraq è "un capitolo della guerra tra dollaro ed euro" e può definirsi "la prima guerra degli Stati Uniti contro l'Europa"; ciò vuol dire che la crescita USA è fondata sul debito e, in particolare, è l'Asia che paga il burro e i cannoni americani. Ce n'è abbastanza per dire che lo scenario mondiale si presenta drammaticamente complesso e che i prossimi anni potrebbero essere forieri di crisi epocali se i popoli non riprenderanno la parola e impediranno ai potenti di dominare il mondo. Il saggio di Alberto Burgio affronta la questione degli effetti della guerra sulla società americana ("la grande trasformazione") e descrive in maniera encomiabile la polverizzazione della democrazia statunitense, svigorita dalla spirale precarietà-paura-repressione-consenso, che potrebbe aprire la strada ad altre involuzioni in Occidente. Del resto, il regresso autoritario e bellicista del sistema statunitense sembra la "soluzione" alla crisi dei capitalismi moderni, testimoniato dalla militarizzazione delle relazioni sociali ed internazionali. Questo perché l'economia liberale non può mantenere ciò che promette; infatti, dietro il miraggio cosmopolita vi è una insostenibilità dei livelli preconizzati con la conseguente reazione antidemocratica, che si evidenzia per il tramite dell'autoritarismo plebiscitario, dello smantellamento della proprietà pubblica della ricchezza sociale, e attraverso "l'egemonia" culturale. Negli USA siamo dunque in presenza di uno svuotamento del sistema democratico: non per caso Burgio individua un aspetto essenziale dell'escalation nella sempre più sfuggente distinzione tra "dentro" e "fuori": la negazione del diritto internazionale ha il suo completamento, per dir così, nella soppressione dei diritti civili all'interno degli stessi Stati Uniti. La ricreazione è finita: la militarizzazione della società americana produce i suoi effetti nefasti, oltre che in campo internazionale, in politica interna laddove il presidente Bush ha potuto concentrare nelle sue mani un potere che non ha eguali nella storia del Paese; e la sua rielezione non lascia presagire nulla di buono a quanti si preoccupano della pace nel mondo. A farne le spese sono soprattutto i settori più deboli della società d'oltreoceano, sempre più frantumata, cui sono negati i diritti elementari (pensioni, scuola, sanità). Di più: i "dissidenti" sono soggetti a repressione e detenzione preventiva, la pratica della tortura non è rinnegata, senza che l'opinione pubblica, resa indifferente e assuefatta, riesca a fermare le misure liberticide. E la libertà? Subisce una sorta di trasfigurazione e ideologizzazione (nel senso di falsa rappresentazione del mondo); invece della libertà c'è l'esaltazione del libero mercato, da intendere però, fa capire Burgio per il tramite di dati chiari e inequivocabili, come "la politica della deregolamentazione, della eliminazione di vincoli al potere delle imprese, della cancellazione di limiti all'acquisizione privata di risorse e alla prevaricazione nei confronti dei subalterni, a cominciare dai soggetti messi al lavoro". Ne viene fuori un quadro di massacro sociale, segnato dalla politica di zero tolerance, nel quale la divaricazione di classe è via via più marcata tra chi accumula gigantesche ricchezze e chi è costretto a vivere in condizioni subumane. Ma gli USA, piuttosto che risolvere le drammatiche questioni sociali, muovono guerre e altre ne preparano perché trovano nella guerra la soluzione della loro crisi economica, così come è avvenuto in altri momenti storici per altre potenze mondiali: la guerra, parafrasando Clausewitz, come la "continuazione dell'economia con altri mezzi". Come mezzo, cioè, per risollevare l'economia, per aprire mercati non ancora disponibili e conquistarli, per garantirsi il controllo di materie prime fondamentali, per vincere la guerra mondiale delle valute. Si può ancora essere ottimisti, di fronte a uno scenario così fosco? Sì, se si guarderà ai processi storici senza quel determinismo che rende impotenti e incapaci all'azione politica trasformatrice; sì, se i popoli e gli stati torneranno protagonisti; sì, se si uniranno ragione e passione, necessarie per coltivare la ragionevole speranza della kantiana "pace perpetua".

Note

* Presidente Ass. Etnea Studi Storico-filosofici.

BERLUSCONIe il rischio della masturbazione


E recente l'enorme "can can" scatenato in Italia dalle intercettazioni telefoniche inerenti le raccomandazioni di Berlusconi a questo e quello (...)sopratutto alla RAI (televisione italiana) per piazzare qualche gentile signorina (...) in questa o quella produzione etc,segue l'indignazione feroce e la contestazione di altri,la denuncia dei fatti,la pratica di una ironia iconoclasta e l'offesa personale ad una Ministra (ex  qualcosa alla televisione ) (La Carfagna) da parte della Guzzanti in una piazza gremitissima.Tutti i pronunciati vertono sulla sessualità del Premier il quale da parte sua se la dà parecchio,si pavoneggia sperando nel "machismo" degli italiani e rimandando di se una antica immagine Mussoliniana dell'"eroe" padre virile che combatte per tutta la nazione...Nei fatti la realtà è diversa e si percepisce nel comportamento del "premier" ormai in età avanzata (che-se-Dio-c'è-se-lo-prenda-presto! ) un'età in cui pure il Viagra puo poco (...)   e in pieno tormento senile (...)cioè di quella condizione di impotenza,frustrazione che necessita di potenti compensazioni a una sessualità umiliata dall'età,dal tempo,almeno sul piano dell'immagine,se ..."non posso buttarmi all'aria almeno almeno produrre delle dinamiche fittizie che suggeriscono il contrario ..." Voglio dire che alla fine tutto il Can can si riduce a qualche raccomadazione suadente,minacciosa etc,fenomelogia mafiosa e quant'altro.Non da meno un'ondata di risentimento ora  popolare ora intelletuale denuncia un che d'invidia malcelata, in tempi di magra "generalizata " (perchè lui puo fottersele tutte e io no?!)...insomma qualcuno è caduto nel "trappolone" ; tanto fumo e poco arrosto ! Dietro l'apparenza delle cose si cela il tentativo da parte di "qualcuno nessuno" di minimizare,rimuovere la sua attuale condizione che mi rievoca la famosa poesia di Toto   (vedi quii)   "a livella" eccovi il testo qui sotto,lo dedico volentieri al "cavaliere",e in Napoletano.

a livella(Tradotta tutta in Italiano e Napoletano qui) 

Brava!

Studenti senza lavatrice a fianco di professionisti che lasciano il bucato e tornano a prenderlo quando è pronto, lavoratori stranieri che fanno anche tre lavaggi in simultanea, turisti, gruppi di amici divertiti dall'idea di lavarsi la t-shirt a mezza serata: nel loro sfilare a tutte le ore hanno decretato il successo di "Celata (sotto la piazza scorre una roggia)", installazione di Anna Scalfi, che ha posizionato in piazza Duomo, a Trento, 22 lavatrici. L'allestimento dell'artista trentina è uno degli eventi paralleli di Manifesta7, la biennale europea d'arte contemporanea, in programma in Trentino Alto Adige dal 19 luglio al 2 novembre (foto Panato)
[12 luglio 2008]

 Qualche anno fà un artista tedesco allesti una provocazione geniale e terribile,mi sembra a Berlino,o forse a Vienna,non ricordo bene,espose in una grande piazza un centinaio di lavatrici,un chiaro riferimento alla coscienza tedesca che necessitava chiaramente che certi "panni sporchi" dovevano essere lavati in pubblico (La Shoa) e non nel privato attraverso la rimozione etc, E oggi che accade?Accade che su la Repubblica It un'artista italiana espone in piazza "anche lei" delle lavatrici con in piu la gente che porta i suoi panni sporchi per il bucato ?!

Insomma come installazione nulla da dire se non fosse che la cosa oltre che essere una volgarissima scopiazzatura ufficiosamente fà parte di una Biennale d'Arte Contenporanea un plauso agli organizzatori della manifestazione (...) Perchè? Ma perchè questa seconda installazione scopiazzatura svuota,diminuisce la prima che aveva un ben altro senso,significato...

Cronaca di una notte di prima estate a BEZIERS.

Ho incominciato una trentina di quadri nel giro di tre giorni,di malavoglia,tanto lo so che nel mezzo del pasticcio che ho cominciato salterà fuori qualcosa,una incrollabile fiducia non tanto in me ma nella Pittura, (Sonia prendi nota...) il quel qualcosa che vince tutte le barriere e tutti i filtri che la melanconia sà opporre...(ogni volta che trovo un problema o che quello che faccio non mi piace lo metto da parte,l'olio asciugherà per l'indomani e poi chissà quel pasticcio distrutto,cancellato a metà con qualche nuovo schiribizzo mi farà scoprire una strada,un percorso,magari nuovo...e cosi è stato,altrimenti non sarei qui a scriverlo (...) Dipingo ad olio e sono riuscito senza volerlo a scoprire come utilizare la pittura a olio come se fossero gessetti,disegni e giochi di colore sfumato,sgocciolato,effetto carta vetrata,effetti stampa,e quel non so che di non finito giocato ad arte.Francamente mi congratulo con me stesso;spero che dopo aver esaurito l'entusiasmo della scoperta ed aver ben appreso questa nuova tecnica non la metta da parte perchè "troppo facile"...Oppure perchè piace troppo e la cosa mi sà di "commerciale" da mestierante;e si mi capita e piuttosto spesso.Tutti questi quadri ad occhio e croce li finiro tra un ritocco e l'altro fra dieci giorni,in tutti c'è il toro e alcune immagini feticcio che da un anno vi mescolo,sempre donne,visi,bellezza e grazia in un contesto usato dal tempo "l'air du temps" sembrano affreschi abbandonati in una villa disabitata da un secolo o nelle nuove versioni disegni abbozzati,affreschi rozzi quali si possono trovare in un liceo d'arte in abbandono,o forse in una prigione particolare...non ci sono scritte ma guizzi misteriosi,graffi,segni a mo di ferite...Questa tematica ha una destinazione,"la feria" una manifestazione che porterà davanti alla Galerie (...) centomila persone per la maggior parte pazzi scatenati e folli per le corride (che peraltro non ho dipinto perchè non la condivido malgrado l'ammirazione che ho per il rosso e il nero di spagna)...Mi basta che di persone sensibili (...) ce ne siano almeno trenta ha ha ha...se và bene questo inverno mi compro una attrezzatura da saldatore,ho qualche idea in proposito,un po di scultura in metallo,stagno,zinco etc,certo non di grandi dimensioni ma insomma...per cominciare.Un altro piccolo quadro,40x50 è li in un angolo che mi guarda storto,lo voglio dedicare ad una giovane amica un po musa (è lei che me lo ha ispirato e anche lei da una settimana lotta con un soggetto una giapponese Matissiana) lo aspetta da una settimana,gli manca poco per essere finito e quello che non mi piace di lui è che è troppo ben fatto (in uno dei miei stili degli anni 80),un amico pittore lo ha trovato bellissimo pure che visibilmente non finito,cosi mi sento in colpa a riprenderlo perchè corre il rischio d'essere completamente rifatto nella peggiore delle ipotesi...Domani chissà... come ha detto qualcuno "...domani tutto comincia". Certo a M passerà la rabbia che gli ha causato una mia allieva facendole un ritratto,a lei che non vuole neppure essere ripresa in fotografia (...) figuriamoci in un ritratto a olio su tela non autorizato! Io mi sono complimentato con l'allieva pure prevedendo la tempesta...(per il quadro,per come è stato dipinto)e infatti appena comunicata la notizia ci sono andato di mezzo io.Ammetto che M ha ragione,l'altra sà della sua ipersensibilità....che pasticcio,è l'estate...

 LE BUONE PUTTANE


In Grecia sono state arrestate in una località turistica nove prostitute le quali pare siano state ingaggiate dai proprietari di due bar,il motivo dell'arresto il fatto che si è svolta una competizione di fellatio con sei greci e sei inglesi (...),il fatto straordinario non è in questa notizia ma nell'uso del termine "Dionisiaco" da parte della stampa italiana cosi noiosamente zelante verso il vocabolario "biblico" vaticanesco (...) da aver quasi abolito il termine con un'accezione ben superiore all'uso fatto.Della Grecia ricordo i racconti del mio amico Yannis : "...ricordo una volta  che mentre osservavo fuori dal finestrino del treno il paegaggio tutto ad un tratto vedo un culo gigantesco che riceve il giusto omaggio...",neanche Fellini avrebbe potuto rivaleggiare con il reale che si connota di fantastico,e Yannis continua "...ragazzi era lo schermo di un cinema porno all'aperto,questa è la Grecia,da ragazzi mi ricordo che visitavamo le prostitute del quartiere use a starsene a busto nudo affacciate alla finestra,cortesemente chiedevamo dal marciapiede se potevamo toccare e alzandoci sulla punta dei piedi i piu fortunati di noi...toccavano il paradiso"...piu tristemente e affatto malinconico rammento l'Italia degli anni 60,quando portavo a mio padre alla fonderia la famosa "schiscetta" con la zuppa o la minestra poco lontano assistevo (sempre verso la fine del mese quando giungeva il salario (...)a una lunga fila di uomini che usciva dal campo prospicente lo stabilimento,almeno 70,anche piu in certe occasioni e tutti in attesa del loro turno con una delle due prostitute piuttosto sulla cinquantina, indaffaratissime verso il tramonto nel capanno di frasche improvisato.neanche a parlarne di dare un occhiata e tantomeno la toccata con fuga,ci si doveva accontentare della classica sbirciata su A.B.C un giornaletto di donnine e politica assai in voga ai tempi assieme ai classici calendarietti sexy che si trovavano dal  barbiere.

La "Cappelletta"

che stà al bivio tra via Conterosso e via Bertolazzi  a Lambrate (Milano) ,casualmente l'ho trovata in Google image e già che c'ero ho dato una sbirciatina se sempre per caso c'erano altre immagini di quella zona in cui ho vissuto parte della mia infanzia dal 1960 al 1969(salvo tre anni di collegio dai preti a Bergamo squallidissimo luogo che non auguro a nessuno.Dicevo...è intorno a questa cappelletta che ho incominciato prima che nella pittura (...)a scervellarmi sul modo di trarne profitto.Accadeva che sull'altarino circondato dalle grate di ferro misteriosi passanti gettassero delle monetine...mi ci volle qualche settimana per guarirmi dalla paura "dell'inferno" e qualche giorno per racimolare la giusta pecunia per l'atto icononclasta e trasgressivo.Qualche mese dopo ero cresciuto e un tal genere di azioni veniva sostituita dai vagabondaggi nella citta di 

Milano tra avventura e scoperta e le prime Gallerie d'arte a cavalcioni della vecchia bicicletta di mio padre prima e dopo di un motorino messomi a disposizione da una amica.Poco dopo ricevo in regalo il mio primo libro d'arte,(Siqueiros il pittore messicano sospettato dell'omicidio di Trosky) bellissime illustrazioni che divorai con gli occhi ogni volta che mi era possibile,poi venne Michelangelo Buonarotti e infine una enciclopedia illustrata "la meravigliosa" su cui passai dei mesi avido delle storie e delle immagini,infine la morte di mia madre,la veglia e il ritratto che ne feci,veramente bello  pur se con qualche difetto dovuto al fatto che ero alle prime armi. Non dimentico certo che il ritratto di mia madre me lo prese uno dei suoi fratelli lesto e malandrino,era la prima volta che lo incontravo... (venne solo per i funerali) e scomparve con la mia prima opera d'arte,amen.La Cappelletta sempre per una coincidenza la trovo allo stesso tempo di una mia fotografia di quel tempo,eccomi lustro a nuovo nel vestito della prima comunione ,mia madre ci teneva tantissimo e ricordo che si indebito (...),mio padre tra una bestemmia e l'altra e non poca violenza "quotidiana in famiglia"  trovava la cosa uno spreco e comincio ad auspicare la mia entrata in una delle fabbriche adiacenti (l'Innocenti,la Faema macchine da caffè etc),continuo a disegnare e il mio primo amore (e meno male che ha sposato un'altro) mi consiglia di presentare i miei disegni nella fabbrichetta in cui lavorara lei,medaglie,coppe etc,cosi faccio facendomi un mare di illusioni e presento dei ritratti: i fratelli Kennedy ! Bocciato,torna tra qualche anno e meno male che è andata cosi,poi scoppia il 68  e poco prima io e i miei amici di collegio,quelli con cui si scatenava la competizione a chi disegna meglio (ero il piu bravo,quello piu richiesto per i disegni di nudo femminile che scambiavo con figurine e merendine)andiamo a presentarci alla famosa scuola  di grafica COVA, esame di ammissione il solito vaso in bianco e nero messo sul tavolo mentre il proff legge il giornale..."torna l'anno prossimo",la cosa si ripete alla scuola grafica del Castello e alla fine un po demoralizati io e miei amici ci diamo alla Rivoluzione tappezzando la città di Murales.Nel 1967 nel quartiere si svolge una delle ultime processioni,coloratissima,gioiosa e con molta partecipazione,la vita del quartiere avvizisce,chiudono le fabbriche e da Citta Studi il quartiere universitario non tanto distante arrivano spesso nubi lacrimogene...qualche tempo dopo a Lambrate il quartiere della Cappelletta arriva la droga,prima la Marijuana,gratis,poi il resto a un costo sostenuto sino al completo smembramento della convivenza sociale,ci finisce dentro per almeno 8 anni mio fratello.Nessuna nostalgia di questa periferia,del cinema Pacini in cui riuscivo a entrare dalla finestrella dei gabinetti tutti i giorni,dell'oratorio in cui prendevo solo schiaffi  e in cui quando vincevo un concorso di disegno non venivo premiato perchè troppo bravo! (...)del bar della Cappelletta in cui tutti erano piu grandi di me (tranne che in altezza),dei miei primi amorini...Del circo in cui riuscivo sempre a intrufolarmi di soppiatto senza pagare il biglietto;credo che la mia vera infanzia l'ho vissuta a Buenos Aires di cui ricordo tutte le immagini,quadri e illustrazioni di città Italiane appese ai muri dell'asilo (michelgelo Buonarrotti,il suo Mose,la Pietà, Roma etc),e non da meno dei miei primi disegni patetici fra cui la bandiera italiana e quella argentina.Dimenticavo...vincevo sempre i concorsi scolastici di disegno a tema "la Resistenza" e il "25 Aprile" e lo devo dire,perchè questa storia c'entra con la pittura,qualche anno prima della foto sopra per un anno smisi di parlare a scuola (...)gli psicologi non ci capivano un tubo e nei test disegnati li fregavo sempre,a scuola disegnavo sempre e mi ostinavo a non rispondere a nessuna domanda per cui decidono di mandarmi ad un consulto psichiatrico con la mia povera Mamma letteralmente terrorizata,già parlavano del manicomio di Monbello (...in cui rinchiusero per trentaanni una sorella di mio padre perchè era scappata con il fidanzato!) Mi trae d'impaccio una delle mie insegnanti,una persona squisita,gentile la quale fà uno scandalo per il trattamento che mi infliggono  sventolando in faccia agli Psi della scuola elementare una bella raccolta dei miei disegni...Ho sorvolato sulle botte alla mano sinistra (quella del diavolo) perchè ero mancino.

PINOCCHIO

e i     CARABINIERI
"Carramba che sorpresa" arrieccoci con la solita leggina (le impronte digitali per tutti)voluta per garantire "l'ordine pubblico" dello stato poliziesco (alla Pulcinella) che in realtà serve a far ingoiare ben altri rospi,vedi la schedatura di massa dei diversi,dei Rom,degli zingari....e pure certi annunciati quali "vogliamo che tutti i bambini Rom vadano a scuola!"Che si sà destabilizzano gravemente l'ordine pubblico,abbiamo una opinione pubblica allarmata,addirittura in preda al panico,tutte queste zingarelle nelle nostre città che mettono le loro manine nelle nostre tasche e quant'altro e certo,anche qualche atto criminale di inaudita violenza a dir la verità si contano sulle dita di una mano (nel ventennio) i gesti della follia criminale addebitabile a qualche Rom(la follia nazionale invece è buona cosa rimuoverla....)l'opinione pubblica come si sà non si sente affatto destabilizata della violenza,della follia dentro le mura famigliari,ancor meno per la criminalità mafiosa che possiede ormai un bel pezzo dello stato,ancor meno per il gran numero di politici incriminati e già passati in giudicato e presenti nel parlamento,ancor meno per il disagio giovanile che sfocia in feroci ati di violenza,ancor meno per la mitragliata di stupri che imperversa nel bel paese,ancor meno per la spaventosa inflazione,disoccupazione cronica,insomma tutto va a catafascio e questo governo xenofobo,razzista se la prende con gli zingari (...) va bene lo so che serve sempre un capro espiatorio ma potevano sceglierlo un po piu colpevole no?

Come se non ci fossero già leggi e leggine che regolano il problema solo che i "Carramba" i carabinieri lo vogliano,in fondo su di loro possiano riporre la nostra fiducia ,sono riusciti persino ad arrestare Pinocchio !
...oppure nel "bel paese" c'è una piccola,mediocre,negletta,disperata borghesia di frustrati nevrotici neanche piu ceto medio (...) che prima di affogare in un tempo che corre come la luce e tutto macina partorisce il suo ultimo mostro?
Fatto stà che assisto perplesso al dilagare del ridicolo,del grottesco con una immensa voglia di un gesto che spero si connoti d'arte prima di divenire disperazione...poi mi chiedo,al punto in cui siamo...serve ancora un cenno scritto,civile,democratico,etico,dettagliato in tutti i suoi punti,ben scritto? Con questa gente....La blogosfera che ribolle indignata faccia a un muro di gomma sulla cui superficie tutto scivola tanto l'unto,il grasso cola in un olezzo nauseabondo di putrefazione.

FRAMMENTI ALIENI

L'osservazione della morte quando coinvolge un gran numero di individui produce nella coscienza un orrore indicibile che và prontamente rimosso e cosi è il piu delle volte se la parentalità non è in causa o almeno quella pia stretta (...),ma la contemplazione delle vite  dei singoli,del loro momento evolutivo,dei piaceri e delle gioie che avrebbero potuto vivere è sconvolgente,è un dolore che coinvolge perchè le dinamiche collaborative finalizate al piacere,alle gioie,al benessere sono collettive e ne risulta che la gioia,il piacere privato "all'altro" si ripercuote inevitabilemente su di noi e di noi fà scempio,è un dolore immenso perchè è quello della nostra stessa esistenza.Veniamo privati di parti di noi stessi...Quando mi dilettavo in brevi racconti di scientfiction avevo immaginato (20 anni prima) una civiltà alliena in guerra con i terrestri (...) una civilta evolutissima,potente e invincibile,tecnologicamente impossibile per la razza umana una qualche possibilità di vittoria in una ribellione che cercava un riscatto  alla piu umiliante  schiavitu che si possa concepire (esseri umani allevati per i piu disparati usi e sfruttamenti).Accade invece che i terrestri riescono a catturare vivo uno di questi alieni e scoprono durante la tortura dai connotati vendicativi (...)che gli alieni sono collegati telepaticamente e che l'intollerabile agonia,dolore di uno diviene il dolore di tutti gli altri pure se sparsi sul globo terracqueo a grandi distanze...infine lasciano il pianeta e finisce che l'alieno fatto prigioniero resta in cattività a garanzia di un eventuale ritorno della minaccia galattica (...)di lui si avrà grande cura giungendo a clonarlo per produrre un maggior numero di individui  atti a garantire la futura sicurezza dell'umanità.Certo qualche mente evoluta arriva a concepire la possibilità di una riappacificazione,di uno scambio etc...il racconto lo ragalai,oggi non me ne resta nessuno e francamente la cosa non mi rattrista,sono abituato da un tempo immemorabile a lasciare dietro di me parti di me...per esempio certi bellissimi quadri che oggi non posseggo piu...mi mancano.

Telepaticamente...

In quanto alla telepatia o alla possibilita della lettura del pensiero tra esseri umani non posso sottrarmi ad una testimonianza personale che ho vissuto in prima persona nel 1986,e una seconda volta precisamente il 25  agosto del 1995 con stavolta me protagonista del momento di lettura di una immagine nella mente dell'altro ma di cui non vi parlero (...) un collega artista volle convincermi dei risultati a cui era giunto dopo lunghi mesi di ricerca e sforzi,mi chiese di pensare ad una immagine e di collocarla in un contesto ambientale,aggiunse che dovevo come dire,realizare una specie di vuoto,quiete mentale,passiva;nello specifico pensai ad una immagine femminile davanti ad uno specchio che si pettinava dei lunghi capelli,un'immagine che avevo conservato dalla realtà e che in piu in quel momento mi era cara...ebbene il mio amico seppe descriverla in ogni suo dettaglio senza che io gli avessi fornito ne prima ne nelle settimane precedenti alcuna traccia.Ne fui immensamente sorpreso,gli diedi la conferma dell'avvenuta lettura e poi divagammo in altre faccende  piu interessanti quali la pittura.personalmente se oggi mi raccontassero qualcosa del genere non ci crederei...troppi da questo genere di argomenti traggono stampelle per le loro fantasie compensatorie a sfondo religioso! Credo che il fenomeno non possa  essere comune a tutta la specie umana e comunque il mio amico ammise che ci era arrivato seguendo un percorso affatto ortodosso a parecchio fortuito,avendo lui il culto del segreto,del possesso delle sue cose sono certo che non ha mai rivelato a nessuno come faceva.La mia seconda esperienza senza entrare nei dettagli;avvenne con lo sguardo di una persona che credo volese farmi capire inconsciamente qualcosa,essendo in quel momento particolarmente ricettivo cio avvenne pure se con una conseguente rimozione (...)perchè...sgradevole cio che dovevo capire...ebbi la visione in un attimo di una scena estremamente realistica;suppongo,ho il sospetto, che si sia trattato di una intuizione figurata e non di telepatia o lettura del pensiero;e qui la finisco anche se molte donne sono pronte a smentirmi...


Marseille è una mia carissima amica,adorabile,gentile,raffinata e di un animo generoso e straordinariamente gentile,ogni volta che viene a farci visita poichè è anche amica carissima,di mia moglie le faccio un capuccino come solo io so fare e senza la macchinetta,voglio offrirlo anche ai rari miei lettori che inciampano nelle mie pagine.Volete farne parte gli amici cercate in Google: www.imagechef.com,capucino


 ESISTENZA