Sigmun Freud Aforismi e
Pensieri
Aforismi e pensieri
di Sigmund
Freud
Introduzione
1. La scoperta della
“rimozione”
Sigmund Freud (1856-1939), dopo la laurea in medicina -
conseguita a Vienna nel 1881 -, studia per un breve periodo anatomia cerebrale.
Successivamente si dedica allo studio delle malattie nervose, prima con Charcor
a Parigi e poi con Bernheim a Nancy. Tornato a Vienna, Freud nel 1895 pubblica
insieme o Josef Breuer gli Studi sull'isterismo, dove si sostiene che il
soggetto isterico, in stato ipnotico, riesce a tornare all'origine del trauma,
illumina quei punti oscuri che durante la sua vita hanno generato la malattia e
che sono nascosti nel profondo; è così che egli afferra la causa del male e che,
in una sorta di catarsi, si libera del male. Esattamente da questi studi ha
inizio la psicoanalisi.
L'ipnotismo svela delle forze e fa intravedere un
mondo nel quale Freud immette le sue sonde intellettuali. “quale poteva essere
la ragione - si chiede Freud - per la quale i pazienti avevano dimenticato tanti
fatti della loro vita interiore ed esteriore e potevano invece ricordarli,
quando si applicava loro la tecnica sopra descritta?” L'osservazione dei malati
trattati dava una risposta a siffatto interrogativo: “Tutte le cose dimenticate
avevano avuto, per un qualche motivo, un carattere penoso per il soggetto, in
quanto erano state considerate temibili, dolorose, vergognose per le aspirazioni
della sua personalità”. E “per rendere di nuovo cosciente ciò che era stato
dimenticato, era necessario vincere nel paziente una resistenza mediante una
continua opera di esortazione e di incoraggiamento”. Più tardi, Freud si
accorgerà che tale resistenza dovrà essere vinta diversamente (attraverso la
tecnica della “associazione libera”), ma intanto era sorta la teoria della
rimozione. In ogni essere umano operano tendenze, forze o pulsioni che spesso
entrano in conflitto.
La nevrosi si ha quando l'Io cosciente blocca
l'impulso e ad esso nega l'accesso “alla coscienza e alla scarica diretta”: una
resistenza “rimuove” l'impulso nella parte “inconscia” della psiche.
2.
L'inconscio
Con la scoperta delle rimozioni patogene e di altri fenomeni
di cui si parlerà fra poco, “la psicoanalisi (...) si vede costretta (...) a
prendere sul serio il concetto dell'inconscio”. È l'inconscio che parla e si
manifesta nella nevrosi. Ma c'è di più, giacché, per Freud, l'inconscio è lo
“psichico” stesso e la sua realtà essenziale. In questo modo Freud rovesciava
l'ormai inveterata e venerabile concezione che identificava “cosciente” e
“psichico”. Ma sia la precedente pratica ipnotica, sia gli studi sull'isterismo,
sia la successiva scoperta della rimozione, sia le indagini che Freud veniva
compiendo sulla genesi dei disturbi psichici e delle altre manifestazioni “non
ragionevoli” della vita delle persone lo convinsero sempre di più della realtà
corposa e determinante dell'inconscio. È l'inconscio che sta dietro le nostre
libere fantasie; è esso che genera le nostre dimenticanze, che cancella dalla
nostra coscienza nomi, persone, eventi. Come mai volevamo dire una cosa e ce ne
esce un'altra? Come mai intendevamo scrivere una parola e ne scriviamo un'altra
? Dove troviamo la causa di questi atti mancati, cioè dei nostri lapsus? Non
sorgono forse essi “dalla contrapposizione di due diverse intenzioni”, di cui
una, quella inconscia appunto, è “più forte di noi”? È in Psicopatologia della
vita quotidiana (1901) e successivamente con Il motto di spirito e i suoi
rapporti con l'inconscio (1905) che Freud offre analisi brillanti (spesso, però,
considerate dai critici molto discutibili) di un fascio di fenomeni (lapsus,
sbadataggini, associazioni immediate di idee, errori di stampa, smarrimento o
rottura di oggetti, motti di spirito, amnesie, ecc.) mai presi sul serio dalla
“scienza esatta”, e dietro ai quali Freud mostra l'azione indefessa di contenuti
che la rimozione ha respinto dalla coscienza e occultato nell'inconscio senza
però essere riuscita a renderli inattivi.
3. L'interpretazione dei
sogni
Già nella Interpretazione dei sogni (1899) Freud aveva mostrato -
in maniera estremamente brillante e suggestiva - l'azione dei contenuti rimossi
nell'inconscio. L'antichità classica aveva visto nei sogni delle profezie, la
scienza dei tempi di Freud li aveva abbandonati alle superstizioni. Ma Freud li
ha voluti portare all'interno della scienza: “Sembrava assolutamente impossibile
che qualcuno, il quale avesse compiuto seri lavori scientifici, potesse
rivelarsi poi un "interprete di sogni". Non tenendo però conto di una tale
condanna del sogno; considerandolo invece come un sintomo nevrotico incompreso,
alla stessa guisa di un'idea delirante o ossessiva; prescindendo dal suo
contenuto apparente e, infine, facendo oggetto della libera associazione
ciascuno dei suoi diversi elementi, si giunge ad un risultato del tutto
diverso”. Il risultato fu che nel sogno c'è un contenuto manifesto” (quello che
si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un “contenuto latente” (quel
senso del sogno che l'individuo non sa riconoscere: “ma, dove va la testa!”).
Ebbene, proprio questo contenuto latente “contiene il vero significato del sogno
stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una maschera, una facciata
(...)”. Lo psicoanalista è anche, e spesso soprattutto, un “interprete dei
sogni; deve rifare il cammino verso il contenuto latente del sogno, contenuto
“sempre pieno di significato” a partire dal contenuto manifesto spesso del tutto
insensato. La tecnica analitica, per mezzo di libere associazioni, “permette di
individuare ciò che è nascosto”. E nelle radici nascoste dei sogni noi troviamo
impulsi rimossi che il sogno, data la diminuita vigilanza esercitata dall'io
cosciente durante il sonno, cerca di soddisfare: “Il sogno (...) costituisce la
realizzazione di un desiderio”, di un desiderio che la coscienza reputa magari
vergognoso e che “è proclive a ripudiare con stupore o con indignazione”.
Tuttavia, non c'è da credere che l'azione rimovente dell'io cessi del tutto
durante il sonno: “una parte di essa rimane attiva, come censura onirica, e
proibisce al desiderio incosciente di manifestarsi nella forma che gli è
propria”. A motivo della severità della censura onirica, “i contenuti onirici
latenti devono (...) sottoporsi a modifiche e ad attenuazioni, che rendono
irriconoscibile il significato proibito del sogno”. Così si spiegano quelle
deformazioni oniriche, alle quali i sogni devono le loro tipiche caratteristiche
di strambezza. In conclusione: “il sogno è la realizzazione (maschera) di un
desiderio (rimosso)”. E da quanto detto comprendiamo perché, ad avviso di Freud,
“l'interpretazione dei sogni è (...) la via regale per la conoscenza
dell'inconscio, la base più sicura delle nostre ricerche (...). e quando mi si
chiede - dice Freud - come si possa diventare psicoanalista, io rispondo:
attraverso lo studio dei propri sogni”.
4. L'idea di “libido”
A
questo punto una domanda diventa inevitabile: per quali ragioni certe pulsioni
vengono respinte, come mai certi ricordi sono a disposizione della coscienza,
mentre altri possono essere, almeno in apparenza, sottratti ad essa e rimossi
nell'inconscio? La ragione di ciò - risponde Freud - è da trovare nel fatto che
si tratta di pulsioni e di desideri in palese contrasto con i valori e le
esigenze etiche proclamate e ritenute valide dall'individuo cosciente. Per cui,
quando c'è incompatibilità tra l'io cosciente (i suoi valori, i suoi ideali, i
suoi punti di riferimento, ecc.) e certe pulsioni e certi desideri, allora entra
in azione una sorta di “repressione” che strappa queste cose “vergognose” e
“indicibili” alla coscienza e le trascina nell'inconscio, da dove uno continua
la censura cerca di non farli riaffiorare alla vita cosciente.
E rimozione e
censura entrano in azione, per il fatto che “debbono” agire su desideri e
ricordi di natura principalmente e ampiamente sessuale e quindi su cose
vergognose, da non dire e cancellare. Freud riconduce la vita dell'uomo ad una
originaria libido, cioè ad una energia connessa principalmente al desiderio
sessuale: “analoga alla fame in generale, la libido designa la forza con la
quale si manifesta l'istinto sessuale, come la fame designa la forza con la
quale si manifesta l'istinto di assorbimento del nutrimento”. Ma mentre desideri
come la fame o la sete non sono “peccaminosi” e non vengono rimossi, le pulsioni
sessuali vengono rimosse, per poi riapparire nei sogni e nelle nevrosi. “La
prima scoperta alla quale ci conduce la psicoanalisi è che, regolarmente, i
sintomi morbosi sono legati alla vita amorosa del malato; questa scoperta (...)
ci obbliga a considerare i disturbi della vita sessuale come una delle cause più
importante della malattia.” I malati non si accorgono di questo, ma ciò accade
perché “essi portano un pesante mantello di menzogne per coprirsi, come se ci
fosse cattivo tempo nel mondo della sessualità”. Sessualità repressa che esplode
in malattia o ritorna in parecchi sogni. È analizzando questi sogni che Freud
scopre la sessualità infantile. Sono i sogni degli adulti che, infatti,
rimandano di frequente a desideri inesauditi, desideri inappagati della vita
sessuale infantile.
5. Il complesso edipico
Lo studio della
sessualità infantile porta Freud ad uno dei punti centrali della sua teoria,
all'idea cioè di complesso di Edipo. Scrive Freud: “Il bimbo concentra sulla
persona della madre i suoi desideri sessuali e concepisce impulsi ostili contro
il padre, considerato come un rivale. Questa è anche, "mutatis mutandis",
l'attitudine della bambina. I sentimenti che si formano durante questi rapporti
non sono solo positivi, cioè affabili e pieni di tenerezza, ma anche negativi,
cioè ostili. Si forma un “complesso” (vale a dire un insieme di idee e di
ricordi legati a sentimenti molto intensi) che è certamente condannato ad una
rapida rimozione. “Ma - fa presente Freud - nel mondo dell'inconscio esso
esercita ancora una attività importante e duratura. Possiamo, supporre che esso
costituisca, con le sue implicazioni, il complesso centrale di ogni nevrosi, e
noi ci aspettiamo di trovarlo non meno attivo negli altri compi della vita
psichica.” Nella tragedia greca, Edipo, Figlio del re di Tebe, uccide suo padre
e prende in moglie la propria madre. Questo mito, dice Freud, “è una
manifestazione poco modificata del desiderio infantile contro il quale si alza
più tardi, per scacciarlo, la barriera dell'incesto”. E in fondo al dramma di
Amleto, di Shakespeare, “si ritrova la stessa idea di un complesso incestuoso,
ma meglio mascherato”. Nell'impossibilità di soddisfare il suo desiderio, il
bimbo si assoggetta a quel competitore, il genitore di cui è geloso, e costui
diviene il suo padrone interiore. E con l'interiorizzazione di un censore
interno la crisi edipica passa, ma intanto si è instaurato il Super-Ego, e con
esso la morale.
6. La tecnica terapeutica
“Le teorie della
resistenza e della rimozione nell'inconscio, del significato eziologico della
vita sessuale e della importanza delle esperienze infantili sono - ad avviso
dello stesso Freud - i principali elementi dell'edifîcio teorico della
psicoanalisi.” Per quanto poi riguarda la tecnica terapeutica, Freud si
convinse, in forza delle esperienze che venivano ad accumularsi nel corso della
sua esperienza, che la tecnica maggiormente adeguata fosse quella della
associazione libera delle idee: l'analista fa sdraiare il paziente su di un
divano, in un ambiente dove non ci sia una luce troppo intensa, in modo da porre
il paziente in una situazione di rilassamento; l'analista si pone dietro al
paziente e lo invita “a manifestare tutto quello che giunge al suo pensiero,
quando egli rinunci a guidare il pensiero intenzionalmente”. Questa tecnica non
esercita costrizioni sul malato ed è una via efficace per giungere alla scoperta
della resistenza: “la scoperta della resistenza è il primo passo verso un suo
superamento”. Ovviamente, perché l'analisi proceda nel giusto senso, occorre che
l'analista abbia sviluppato “un'arte dell'interpretazione, il cui fruttuoso
impiego, per aver successo, richiede tatto ed esperienza”. L'analista non
costringe il paziente, lo guida, lo invita a lasciare via libera alle idee che
gli vengono in mente, suggerisce talvolta la parola, cercando di vedere quali
altre idee e sentimenti essa susciti nel paziente. E tutto viene registrato e
scritto dall'analista: non solo quello che il paziente dice, ma anche le sue
esitazioni, e soprattutto le sue resistenze.
L'analista lavora, dunque,
sulle libere associazioni del paziente. Ma anche sui suoi sogni, che egli
interpreta al pari dei lapsus, delle dimenticanze, dei ritardi, delle
associazioni immediate, insomma di tutto ciò che costituisce la “patologia della
vita quotidiana”. È attraverso queste tracce e per questi sentieri che
l'analista intende riportare il paziente al suo inconscio, a quegli ingorghi che
hanno causato la malattia e che pongono il soggetto in stato talvolta di
insopportabile sofferenza. Solo scoprendo la causa della malattia, si possono
sciogliere i nodi; solo sapendo cosa è avvenuto ci si può liberare dalla
sofferenza. È “la trasformazione dell'inconscio in conscio” la via della
guarigione, anche se talvolta può capitare che il medico “prende le difese della
malattia da lui combattuta”. Sono questi i casi “nei quali il medico stesso deve
ammettere che lo sfociare di un conflitto nella nevrosi rappresenta la soluzione
più innocua e socialmente più tollerabile”.
7. L'Ego tra Es e
Super-Ego
Da tutto quanto si è finora detto, risulta ormai facile
estrarre la teoria dell'apparato psichico proposta da Freud. L'apparato psichico
è composto dall'Es (o Id), dall'Ego e dal Super-Ego. L'Es (in tedesco “Es” è il
pronome neutro dimostrativo ed equivale all'“Id” latino; Freud prese questo
termine da Georg Groddeck) è l'insieme degli impulsi inconsci della libido; è la
sorgente di un'energia biologico-sessuale; è l'inconscio amorale ed egoistico.
L'Ego è la facciata” dell'Es; è il rappresentante conscio dell'Es; la punta
consapevole di quell'iceberg che è appunto l'Es. Il Super-Ego si forma verso il
quinto anno di età e differenzia (per grado e non per natura) l'uomo
dall'animale; è la sede della coscienza morale e del senso di colpa. Il
Super-Ego nasce come interiorizzazione dell'autorità familiare e si sviluppa
successivamente come interiorizzazione di altre autorità, come interiorizzazione
di ideali, di valori, modi di comportamento proposti dalla società attraverso la
sostituzione dell'autorità dei genitori con quella di “educatori, insegnanti e
modelli ideali”. Il Super-Ego “paterno” diventa un Super-Ego “sociale”. L'Ego,
dunque, si trova a commerciare tra l'Es e il Super-Ego, tra le pulsioni dell'Es,
aggressive ed egoiste - che tendono ad una soddisfazione irrefrenabile e totale
- e le proibizioni del Super-Ego che impone tutte le restrizioni e le
limitazioni della morale e della “civiltà”. In altri termini, l'individuo è
sotto la spinta originaria di una energia biologico-sessuale. Ma queste forze
istintive sono regolate da due principi: quello del piacere e quello di realtà.
Per il principio del piacere, la libido tende a trovare un soddisfacimento
immediato e totale. Su questa strada, però, essa trova quel censore che è il
principio di realtà che costringe le pulsioni egoistiche, aggressive ed
autodistruttive ad incanalarsi per altre vie, le vie della produzione artistica,
della scienza, e così via: le vie della civiltà. Tuttavia, davanti alle
repressioni del principio di realtà, l'istinto non desiste e non si dà affatto
per vinto e cerca altri sbocchi per il suo soddisfacimento. E allora, se non
riesce a “sublimarsi” in opere d'arte, risultati scientifici, realizzazioni
tecnologiche, educative o umanitarie, e se, d'altra parte, gli ostacoli che
incontra sono massicci e impermeabili a qualsiasi deviazione sostitutiva, la
spinta dell'istinto si trasforma in volontà di distruzione e di
autodistruzione.
8. I due “grandi ribelli”: Alfred Adler e Carl Gustav
Jung
Nel 1910 nacque la Società internazionale di psicoanalisi, il cui
primo presidente fu Carl Gustav Jung. Nel frattempo la Psicoanalisi trovava
nuovi campi di feconde applicazioni. Th. Reik e l'etnologo G. Roheim
sviluppavano le tesi contenute nel lavoro di Freud Totem e Tabù. Otto Rank
faceva della mitologia l'oggetto dei suoi studi. Il pastore protestante O.
Pfister, di Zurigo, il quale - dice Freud - “trovò conciliabile la psicoanalisi
con una forma sublimata di religiosità”, applicò la psicoanalisi alla pedagogia.
I successi, dunque, non mancavano. Ma, insieme a questi, arrivarono anche quelle
prime clamorose scissioni che dovevano rompere in maniera decisiva l'uniformità
della prospettiva freudiana. La prima scissione si ebbe nel 1911 con Alfred
Adler (I870-1937), il fondatore della Psicologia individuale. Per Adler, in ogni
fase del suo sviluppo, “l'individuo è guidato dal desiderio di una superiorità,
di una ricerca di somiglianza divina, dalla fede nel suo potere psichico
particolare”. La dinamica dello sviluppo dell'individuo si snoda all'interno di
un dissidio tra il “complesso di inferiorità” che si scatena davanti ai compiti
da risolvere e di fronte alla competizione con gli altri e la volontà di
affermare la propria potenza. Nel 1913, due anni dopo la “secessione” di Adler,
si allontanò da Freud anche Carl Gustav Jung (1875-1971), al cui nome è legata
la “psicologia analitica”, caratterizzata, tra l'altro, dall'idea di inconscio
collettivo fatto di archetipi e dalla proposta di una teoria concernente i tipi
psicologici (quali l'introverso e l'estroverso).
9. Quattro viennesi
contro Freud
“Ho sempre considerato una grande ingiustizia il fatto che
non si sia voluto trattare la psicoanalisi come qualunque altra scienza
naturale”: questo scriveva Freud in La mia vita e la psicoanalisi, pensando che
la psicoanalisi è scienza così come è scienza la fisica o la geologia. Le cose,
però, stanno davvero in questo modo? Le pretese di scientificità della
psicoanalisi sono pretese ben fondate?
No, non sono pretese fondate! E
questo il verdetto del grande polemista viennese Karl Kraus (1874-1936). La
psicoanalisi, dice Kraus, “contribuisce a dare una coscienza di classe
all'inferiorità”. Essa, a suo avviso, “è più una passione che una scienza”. La
psicoanalisi è “quella malattia di cui ritiene di essere la terapia”.
E pure
per un altro viennese, Egon Friedell (1878-1938), la psicoanalisi non è
scientifica. Freud, sostiene Friedell nella sua monumentale opera
Kulturgeschichte der Neuzeit, è “un poeta” e “la psicoanalisi ha un difetto
catastrofico: gli psicoanalisti, esattamente”.
E con urgenza Friedell
sottolinea che la psicoanalisi non è una scienza. Essa, piuttosto, è la fede di
una setta. La realtà è che “proprio come la balena, sebbene sia un mammifero, si
atteggia a pesce, così la psicoanalisi, che di fatto è una religione, si
atteggia a scienza”. Si atteggia a scienza senza esserlo; e non lo è perché è
fattualmente inconfutabile: “è improbabile convincere gli psicoanalisti della
falsità di una diagnosi”. In breve: “Freud è un metafisico. Ma non lo
sa”.
Sul fascino esercitato dalla psicoanalisi, un fascino che blocca
l'esercizio della critica, ha posto l'attenzione Ludwig Wittgenstein
(1889-1951). “Non c'è modo - afferma Wittgenstein - di mostrare che il risultato
generale dell'analisi non potrebbe essere un inganno”. La psicoanalisi è “una
mitologia che ha molto potere”. Mitologia e non scienza. E l'intento di
Wittgenstein è quello di far perdere la nostra subordinazione nei confronti
della psicoanalisi. Più in particolare, il procedimento della libera
associazione delle idee, fa presente Wittgenstein, è una cosa ben strana,
“perché Freud non chiarisce mai come possiamo sapere dove fermarci, dove la
soluzione sia giusta”.
Ai nostri giorni la critica più nota nei confronti
della psicoanalisi freudiana è sicuramente quella di Karl R. Popper (nato a
Vienna nel 1902, morto nel 1994). Popper a più riprese ha sostenuto che la
psicoanalisi non è scientifica, e non è scientifica perché non è falsificabile.
“Non c'è - scrive Popper - alcun comportamento immaginabile che possa
contraddire la psicoanalisi.” E “quanto all'epica freudiana dell'Io, del
Super-io e dell'Es non si può avanzare nessuna pretesa ad uno stato scientifico,
più fondatamente di quanto lo si possa fare per l'insieme delle favole omeriche
dell'Olimpo. Queste teorie descrivono alcuni fatti, ma alla maniera dei miti.
Esse contengono delle suggestioni psicologiche assai interessanti, ma in forma
non suscettibile di controllo”. Al pari del marxismo, la psicoanalisi non è
scienza. Tuttavia, “mentre il marxismo divenne non-scientifico adottando una
strategia immunizzante, la psicoanalisi fu immune sin dall'inizio e tale
rimase”. Ciò in contrasto con la maggior parte delle teorie fisiche le quali
“sono del tutto libere dalla tattica immunizzante e altamente falsificabili sin
dall'inizio”.
10. Adolf Grünbaum: Popper sbaglia, ma la psicoanalisi non
se la passa bene
Popper non è riuscito a convincere, tra altri, Adolf
Grünbaum, autore del famoso libro Philosophical Problems of Space and Time
(1963; ed. ampl. 1976), e più vicino a noi, di The Foundations of Psychoanalysis
e di Reflections on the Foundations of Psychoanalysis. Grünbaum critica il
falsificazionismo di Popper da una prospettiva di induttivismo eliminatorio. E
nega validità alla critica di Popper contro Freud. Se la teoria psicoanalitica
non è scientifica perché non falsificabile, allora - argomenta Grünbaum -
nessuna delle conseguenze dei postulati teorici freudiani è empiricamente
controllabile. Ma - si chiede Grünbaum - “quale dimostrazione ha mai offerto
Popper per ribadire con enfasi che il corpus teorico freudiano è completamente
privo di conseguenze empiricamente controllabili?”. È possibile una
dimostrazione del genere? Inoltre, va da sé che “l'incapacità di certi filosofi
dello scienza di individuare una qualsiasi conseguenza controllabile della
teoria freudiana, dimostra che essi non ne hanno studiato a fondo, o non ne
padroneggiano, il contenuto logico, non dimostra certo una carenza scientifica
della psicoanalisi”.
Sbaglia Popper a criticare Freud sulla base di una
presunta non falsificabilità della psicoanalisi. In ogni caso, soggiunge
Grünbaum, la psicoanalisi non regge ugualmente. E non regge, tra altre ragioni,
perché i dati clinici non sono attendibili: essi sono irrimediabilmente
contaminati dall'analista. Così, per esempio, il processo di associazione libera
non è forse contaminato dall'influenza dello psicoanalista? Le associazioni -
dice Grünbaum - non possono continuare indefinitamente, e se al paziente
intelligente e immaginativo è permesso di continuare abbastanza a lungo nelle
sue associazioni, dalle sue rimuginazioni emergerà, allora, prima o poi,
qualsiasi tipo di contenuto tematico del quale è stato recentemente cosciente:
pensieri sulla morte, su Dio o su quel che si voglia. Ebbene, “di fronte a
questa elasticità tematica delle associazioni, come può l'analista evitare una
tendenza alla selezione che non sia in qualche modo fallacemente anticipata,
essendo inevitabilmente costretto a delimitarne la durata?”. È esattamente sulla
base di considerazioni del genere che Grünbaum può pronunciare un
“inequivocabile verdetto”: attualmente la psicoanalisi non è in ottimo stato,
“per lo meno per quanto riguarda i suoi fondamenti clinici”.
11.
L'influsso della psicoanalisi sulla cultura contemporanea
Nonostante gli
scismi (si è sopra accennato solo a quelli di Alfred Adler e Carl G. Jung) e
nonostante critiche provenienti da prospettive politiche, o morali oppure
religiose, o anche da altre direzioni dell'indagine psicologica ovvero da
concezioni epistemologiche quali quelle delineate poco fa, nonostante, dunque,
scismi e critiche, la psicoanalisi - questa scienza nuova creata da Freud - era
destinata ad esercitare nel giro di pochi decenni un influsso sempre più
massiccio sull'immagine dell'uomo e delle sue attività psichiche e dei suoi
prodotti culturali. Non c'è “fatto umano” che non sia stato toccato e
“sconvolto” dalla dottrina psicoanalitica: il bambino diventa un “perverso
polimorfo”; il “peccaminoso” sesso della tradizione viene posto in primo piano
per spiegare la vita normale e soprattutto le malattie mentali; l'io e il suo
sviluppo vengono inquadrati in una nuova teoria; le malattie mentali vengono
affrontate con tecniche terapeutiche prima impensate; fatti come i sogni, i
lapsus, le dimenticanze, ecc. - generalmente visti come fatti, sì, strani, ma
irrilevanti per la comprensione dell'uomo - si tramutano in crepe attraverso cui
scrutare il profondo dell'animo umano; fenomeni quali l'arte, la morale, la
religione e la stessa educazione vengono illuminati da una luce che molti ancora
oggi dichiarano “sconvolgente”. Il costume esce murato dall'incontro con la
teoria psicoanalitica e gli stessi termini fondamentali della teoria
psicoanalitica (“complesso edipico”, “rimozione”, “censura”, “sublimazione”,
“inconscio”, “superio”, “transfert”, ecc.) sono ormai pezzi integrati nel
linguaggio ordinario e, nel bene o nel male e con più o meno cautela, più o meno
a proposito, costituiscono attrezzi interpretativi del più ampio svolgersi della
vita.
DARIO ANTISERI
Nota biobibliografica
LA
VITA
Sigmund Freud nacque il 6 maggio 1856, da una modesta famiglia
israelitica, a Freiberg (Moravia). A Vienna dove la famiglia si era trasferita
quattro anni dopo la sua nascita, si iscrisse dapprima alla facoltà di Scienze,
dedicandosi con alcuni successi alla ricerca pura e, successivamente, a causa di
problemi economici, a Medicina. Nel 1881 si laureò. Quattro anni dopo ebbe la
libera docenza in neuropatologia ed una borsa di studio; ne approfittò per
andare a Parigi, alla Salpêtrière, da Charcot, il più grande neurologo europeo
di quei tempi. Per la cura degli isterici Charcot si serviva dell'ipnoterapia ed
in quegli anni l'interesse di Freud per l'ipnosi divenne
vivissimo.
Dell'ipnosi per la terapia dei casi isterici si serviva anche a
Vienna il dottor Joseph Breuer. A partire dal 1887 Freud iniziò a collaborare
con lui. Da questa collaborazione, che durò sino al 1895, Freud ricavò alcune
acquisizioni che resteranno essenziali per la terapia dell'isteria e di altre
nevrosi. I risultati di questo lavoro comune furono pubblicati nell'opera Studi
dell'isteria apparsa nel 1895. Motivi teorici e pratici e in massima parte una
sostanziale diversità di interessi provocarono il graduale allontanamento di
Freud da Breuer, allontanamento che si compì, come abbiamo già accennato, poco
dopo la pubblicazioni degli Studi.
A partire dal 1895 Freud iniziò la
propria autoanalisi che si concluse nel 1900. Freud che aveva conseguito la
libera docenza nel 1885 ottiene la carica di professore straordinario
all'università di Vienna nel 1902 e, in seguito, nel 1920, di professore
ordinano. Tali riconoscimenti erano dovuti al suo prestigio di neuropatologo,
infatti in quegli anni la psicoanalisi era ancora fraintesa o ritenuta
scandalosa ed oggetto di accuse e di polemiche, tuttavia aveva iniziato, sia
pure lentamente, a diffondersi.
Nel 1902 si costituì un primo gruppo di
Vienna, con segretario Otto Rank, nel quale si ebbero, già le prime ripicche per
questioni di priorità. Nel 1907 si strinsero i primi rapporti con il Bürghölzli,
la clinica psichiatrica di Zurigo, e cioè con Bleuler ed i suoi assistenti
Eitington e Jung, che dovevano ben presto dar luogo alla pubblicazione d'una
rivista di studi comuni, lo Jahrbuch fuer Psychologie und Psychopathologie.
Questa collaborazione consentì una maggiore diffusione della psicoanalisi,
grazie alla istituzione di una associazione privata ed all'insegnamento che
pubblicamente se ne faceva da una clinica di così grande risonanza.
In
quegli anni Freud aveva pubblicato alcuni importanti lavori: Psicopatologia
della vita quotidiana (1901), Tre saggi sulla sessualità (1905), Il motto di
spirito e la sua relazione con l'inconscio 1905).
Nel congresso di
Norimberga, tenutosi nel 1910, fu fondata una Associazione ufficiale degli
psicoanalisti a capo della quale venne eletto Jung. Negli anni seguenti si
tennero altri congressi, a Weimar (nel 1911) e a Monaco (nel 1913), e questi
contribuirono a far uscire definitivamente la psicoanalisi dalla sua
preistoria.
Nel febbraio del 1923 Freud avvertì i primi sintomi di un male
che si rivelò un cancro alla mascella. Egli conservò, tuttavia, la sua
straordinaria vitalità; continuò il lavoro di analista e di scrittore; volle
rimanere sempre consapevole e presente a se stesso, rifiutando ogni pietoso
inganno; nonostante i dolori, non prendeva calmanti, per non ottundere la
propria usuale chiarezza intellettiva. Aveva continuamente accanto, in un
rapporto sempre più stretto, la figlia Anna, cui era legato, dice Jones, da “una
reciproca, profonda, silenziosa comprensione e simpatia”. Anna era la sua
compagna, la segretaria, l'assistente, la collaboratrice.
Nel 1933 i nazisti
prendono il potere in Germania; nonostante i cattivi presagi di un'aggressione
all'Austria e le ripetute esortazioni degli amici, Freud non acconsente a
lasciare Vienna. Vi si deciderà solo cinque anni più tardi, di fronte
all'Anschluss. Nel 1938, dunque, si trasferisce con la famiglia a Londra, dove
muore l'anno seguente il 23 settembre.
LE OPERE
La
letteratura esistente sulla vita e sull'opera di Sigmund Freud è amplissima ed
è, quindi, impossibile darne in questa sede un quadro sia pure sommariamente
esaustivo. Ci si limiterà a ricordare qui di seguito le opere principali
pubblicate dallo studioso viennese: Studi sull'isteria (1895); L'interpretazione
dei sogni (1900); Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla
sessualità (1905); Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio
(1905); Il caso di Dora (1905); Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen (1907);
Il caso del piccolo Hans (1909); Il caso dell'uomo dei topi (1909); Sulla
psicoanalisi. Cinque conferenze (1910); Un ricordo d'infanzia di Leonardo da
Vinci (1910); Totem e tabù (1913); Storia del movimento psicoanalitico (1914);
Il caso dell'uomo dei lupi (1918); Al di là del principio del piacere (1920);
Psicologia collettiva e analisi dell'io (1921).
A partire dal 1968, a cura
di Cesare Musatti, presso l'editore Boringhieri di Torino è iniziata la stampa
in traduzione italiana delle Opere di Freud.
Dalla Newton Compton nel 1992
sono state pubblicate le opere e gli scritti minori di Freud in due ampi volumi:
Opere 1886-1905 e Opere 1905-1921.
M.B.
“Psiche” è un
vocabolo greco che significa “anima”. Perciò per “psichico” s'intende
“trattamento dell'anima”; si potrebbe quindi pensare che voglia dire trattamento
dei fenomeni patologici della vita dell'anima. Ma il significato
dell'espressione è diverso. Trattamento psichico vuol dire invece trattamento a
partire dall'anima, trattamento di disturbi psichici o somatici, con mezzi che
agiscono in primo luogo e direttamente sulla psiche umana.
Questo mezzo è
costituito anzitutto dalla parola, e le parole sono anche strumento fondamentale
del trattamento psichico. Certo, difficilmente il profano potrà comprendere come
le “sole” parole del medico possano rimuovere disturbi patologici somatici e
psichici. Penserà che gli si chieda di credere nella magia. E non ha tutto il
torto; le parole dei nostri discorsi di tutti i giorni sono solo magia
attenuata.
Per un processo di valutazione ingiusto ma facilmente
comprensibile si arrivò al punto che i medici si interessarono solo del corpo,
lasciando senz'altro che fossero i filosofi, che essi disprezzavano, ad
occuparsi del lato psichico.
Nell'animale come nell'uomo, il rapporto
tra corpo ed anima è un rapporto di reciproco completamento.
Solo con lo
studio del patologico si arriva a comprendere il normale.
Da sempre si
conoscevano molte cose sull'influsso della psiche sul corpo, ma solo ora queste
acquistavano il giusto rilievo. La cosiddetta “espressione dei moti d'animo”
costituisce l'esempio più comune di azione della psiche sul corpo, e si può
osservare regolarmente e in tutti. La tensione ed il rilassamento dei muscoli
facciali, l'adattamento degli occhi, l'afflusso del sangue alla pelle, la
sollecitazione impressa all apparato vocale, la disposizione delle membra,
specie delle mani, rivelano quasi tutti gli stati psichici di un
uomo.
In genere i profani tengono in poco conto i dolori provocati
dall'immaginazione, al contrario di quanto fanno per quelli provocati da ferita,
malattia o infezione. Ma ciò è palesemente ingiusto; qualunque sia la loro
causa, sia pure l'immaginazione, non per questo i dolori sono meno veri e meno
intensi.
Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro
importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie
l'attenzione.
È lecito pensare che la volontà di guarire o il desiderio
di morire non siano irrilevanti per l'esito di casi gravi ed incerti di
malattia.
L'attesa speranzosa e fiduciosa, costituisce una forza attiva
che dobbiamo senz'altro tenere in considerazione in tutti i nostri tentativi di
terapia e guarigione.
Non c'è alcun bisogno di tirare in ballo altre
forze che non siano psichiche per spiegare le guarigioni miracolose.
In
tutti i tempi ci sono cure alla moda, medici alla moda, soprattutto nell'alta
società nella quale il desiderio di superarsi vicendevolmente e di imitare i
membri più in vista costituiscono potentissime forze motrici psichiche. Gli
effetti terapeutici ottenuti con queste cure alla moda non rientrano nel loro
effettivo potere, e usati dal medico alla moda che, ad esempio, si è fatto una
certa fama soccorrendo un personaggio in vista, gli stessi strumenti sortiscono
effetti molto maggiori che nel caso di altri medici. Così, accanto a taumaturghi
divini, esistono taumaturghi umani; ma questi uomini, resi famosi dalla moda e
dall'imitazione, si consumano rapidamente, cosa che corrisponde al genere di
forze che agiscono in loro favore.
I medici hanno praticato il
trattamento psichico in tutti i tempi, e nell'antichità ancora più di oggi.
Intendendo per trattamento psichico il tentativo di provocare nel paziente gli
stati e le condizioni psichiche più favorevoli alla guarigione, possiamo dire
che, storicamente, questo è il tipo più antico di trattamento medico.
Le
parole costituiscono il mezzo più efficace per l'innuenza esercitata da una
persona sull'altra; le parole costituiscono un valido strumento per indurre
modificazioni psichiche in colui al quale si dirigono e, perciò, l'affermazione
per cui la magia della parola è in grado di sopprimere fenomeni patologici,
anzitutto quelli basati su condizioni psichiche, non ha più un significato
enigmatico.
È naturale che il medico, che ai giorni nostri non può
incutere rispetto come sacerdote o come detentore d'una scienza occulta, si
valga della propria personalità per accattivarsi la fiducia e un po' di simpatia
del proprio paziente.
La suggestione porta all'eliminazione dei fenomeni
patologici, ma solo transitoriamente.
I ricordi che sono divenuti
fattori determinanti dei fenomeni isterici, persistono a lungo con stupefacente
freschezza e con tutta la loro coloritura affettiva.
Il materiale
psichico patologico sembra essere proprietà di un'intelligenza non
necessariamente inferiore a quella dell'Ego normale.
Grazie alle
ricchissime connessioni causali, ogni idea patogena di cui non ci si è ancora
sbarazzati, agisce quale motivazione di tutti i prodotti della nevrosi ed è solo
con l'ultima parola dell'analisi che scompare l'intero quadro clinico, così come
avviene dei ricordi rievocati individualmente.
Io vedo solo le cime
della catena di pensieri che si sprofonda nell'inconscio (il contrario di quanto
si ha nei nostri processi psichici normali).
Spesso dentro di me ho
paragonato la psicoterapia catartica all'intervento chirurgico. Ho descritto le
mie cure come operazioni psicoterapeutiche e ho messo in rilievo la loro
analogia con l'apertura di una cavità piena di pus, il raschiamento di una zona
necrotica, ecc. Un'analogia di questo genere trova giustificazione non tanto
nella rimozione di ciò che è patologico quanto nello stabilire condizioni che
abbiano maggiori probabilità di incanalare il corso del processo verso la
guarigione.
Se i venereologi dovessero ancora dipendere dalle
dichiarazioni dei loro pazienti per ricollegare un'infezione iniziale dei
genitali a un rapporto sessuale, finirebbero con l'attribuire un grandissimo
numero di sifilomi primari, in persone che si proclamano vergini, al fatto di
aver preso il raffreddore, e i ginecologi non troverebbero difficoltà a
confermare il miracolo della partenogenesi tra le loro clienti
nubili.
Spero che un giorno si farà strada l'idea che anche i
neuropatologi possono, quando raccolgono l'anamnesi delle principali nevrosi,
trovarsi di fronte a pregiudizi etiologici analoghi.
Non vedo alcuna
ragione per cercare di nascondere le lacune e i punti deboli della mia teoria.
Secondo me, il punto principale della questione delle fobie è questo: le fobie
non compaiono affatto se la vita sessuale è normale, cioè se non sussiste quella
specifica condizione che è rappresentata da un perturbamento della vita
sessuale, nel senso di una deviazione dallo psichico nel somatico. Per quanto vi
possano essere molti altri punti oscuri nel meccanismo delle fobie, la mia
teoria non potrà essere rigettata prima che mi si dimostri che vi sono fobie in
casi in cui la vita sessuale è normale o, a fianco, vi sia un disturbo di natura
non specifica.
Alla base di tutti i casi di isteria vi sono uno o più
casi di esperienze sessuali precoci, che risalgono ai primissimi anni
dell'infanzia e che, pure, possono essere rievocate grazie al lavoro
psicoanalitico, nonostante i decenni che sono trascorsi. Io penso che questa sia
una scoperta importante, il ritrovamento di un caput Nili della
neuropatologia.
I sintomi isterici sono i derivati di ricordi che
operano a livello inconscio.
Non è vero che le domande poste [ai]
pazienti e la conoscenza dei loro affari sessuali diano al medico un pericoloso
potere su di essi. Nei tempi andati accadeva che la stessa obiezione fosse
sollevata contro l'uso degli anestetici, i quali privano il paziente della
coscienza e dell'esercizio della volontà lasciando decidere al dottore se e
quando egli li riacquisterà. Eppure oggi gli anestetici sono diventati
indispensabili perché sono, più di ogni altra cosa, di valido aiuto al medico
nella sua opera, che, tra i numerosi altri gravi obblighi, vede anche quello
della responsabilità del loro impiego.
Un medico può sempre far del
danno se è incapace o senza scrupoli, e questo è ugualmente vero sia ove si
tratti di dover indagare sulla vita sessuale del paziente sia ove si tratti di
altre cose. Naturalmente, se qualcuno, dopo uno scrupoloso esame di coscienza,
sente di non possedere il tatto, la serietà e la discrezione necessaria a
esaminare dei pazienti nevrotici, e se si rende conto che rivelazioni di
carattere sessuale potrebbero provocare in lui eccitazioni lascive più che
interesse scientifico, allora farà bene a evitare l'argomento dell'etiologia
delle nevrosi. Anzi, ci sembra giusto pretendere che egli si astenga dal
prendere in cura pazienti affetti da malattie nervose.
Moltissime donne
che trovano abbastanza gravoso il dovere di vivere nascondendo le proprie
sensazioni sessuali, si sentono sollevate quando si rendono conto che il medico,
trattando simili argomenti, mira soltanto alla loro guarigione, ed esse gli sono
grate perché per una volta è stato loro consentito di assumere un atteggiamento
normale riguardo alla sessualità.
In materia di sessualità oggi noi, uno
per uno, siamo, malati o sani, nient'altro che degli ipocriti. Sarebbe un bene
per tutti noi se, come risultato di tale onestà generale, venisse raggiunto un
certo grado di tolleranza nelle cose sessuali.
In ogni caso di nevrosi
c'è una etiologia sessuale; ma nella nevrastenia è una etiologia di tipo
presente, mentre nelle psiconevrosi i fattori sono di natura
infantile.
L'angoscia è sempre libido distolta dal suo [normale]
impiego..
L'ereditarietà è inaccessibile all'influenza del medico.
Ognuno nasce con le proprie tendenze ereditarie alle malattie, e noi non
possiamo fare niente per cambiarle.
La nevrastenia (in entrambe le
forme) è una di quelle affezioni che ognuno può facilmente acquistare senza aver
alcuna tara ereditaria.
Lo stato della nostra civiltà è anch'esso
qualcosa che non può essere modificato dall'individuo. Per di più questo
fattore, essendo comune a tutti i membri della stessa società, non può mai
spiegare il fatto della selettività nell'incidenza della malattia. Il medico non
nevrastenico è esposto alla stessa influenza di una civiltà presumibilmente
nociva alla quale è esposto il paziente che egli deve trattare.
Nessuno
può mai diventar nevrotico attraverso il lavoro o l'eccitamento soltanto. Il
lavoro intellettuale è anzi una protezione contro la possibilità di ammalarsi di
nevrastenia; sono proprio i lavoratori intellettuali più assidui a restare
esenti dalla nevrastenia, e ciò che i nevrastenici lamentano come “superlavoro
che li fa ammalare” di regola non merita affatto di essere chiamato “lavoro
intellettuale” né per qualità né per quantità. I medici dovranno abituarsi a
spiegare a un impiegato che si è “affaticato” dietro una scrivania o a una
casalinga per la quale le attività domestiche sono divenute troppo pesanti, che
essi si sono ammalati non perché abbiano cercato di compiere doveri che in
verità possono essere facilmente eseguiti da un cervello civilizzato, ma perché
in tutto questo tempo hanno pericolosamente trascurato e danneggiato la propria
vita sessuale.
L'attuale trattamento della nevrastenia - così come viene
applicato negli stabilimenti idroterapici - si propone di migliorare le
condizioni nervose per mezzo di due fattori: proteggendo il paziente e
rinvigorendolo. Secondo la mia esperienza, è quanto mai opportuno che i
direttori medici di tali stabilimenti si rendano ben conto che trattano non con
vittime della civiltà o dell'ereditarietà, ma - sit venia verbo - con persone
minorate nella sessualità.
Oggi non possediamo alcun metodo di
prevenzione del concepimento che sia tale da soddisfare ogni legittima esigenza
- cioè, che sia certo e comodo, che non diminuisca la sensazione del piacere
durante il coito e che non ferisca la sensibilità della donna. Questo pone ai
medici un compito pratico alla cui soluzione potranno dedicare le loro energie
non senza soddisfazione. Chiunque colmi questa lacuna della tecnica medica
preserverà la gioia di vivere e conserverà la salute di innumerevoli persone,
sebbene, per la verità, darà anche l'avvio a un mutamento drastico delle nostre
condizioni sociali.
Nella mia esperienza ho visto che i bambini sono
capaci di ogni attività sessuale psichica e molti anche di attività sessuali
somatiche.
Le psiconevrosi, come genere di malattia, non sono affatto
malattie lievi. Una volta insorto l'isterismo, nessuno può predire quando
finirà. Noi in gran misura ci consoliamo con la vana profezia che “un giorno
improvvisamente sparirà”. La guarigione molto spesso risulta essere
semplicemente un accordo sulla tolleranza reciproca tra la parte malata dei
paziente e la parte sana; è il risultato di un sintomo di una fobia.
Tra
di noi è diffuso un detto relativo ai gioielli falsi che non sono d'oro, ma
forse sono stati qualche volta accanto a qualcosa d'oro.
Questa stessa
similitudine vale per certe esperienze nell'infanzia che sono rimaste nella
memoria non perché fossero d'oro, ma perché vicine all'oro.
La
convinzione spontanea della persona che si è appena svegliata è che i suoi
sogni, anche se non sono venuti essi stessi da un altro mondo, lo hanno comunque
trasportato in un altro mondo.
Tutto il materiale che costituisce il
contenuto di un sogno è in qualche modo derivato dall'esperienza, cioè è stato
riprodotto o ricordato nel sonno: questo almeno può essere considerato un fatto
indiscusso.
Una delle fonti dalle quali i sogni traggono il loro
materiale per la riproduzione, materiale che in parte non è né ricordato né
usato nell'attività mentale della vita da svegli; è l'esperienza
infantile.
I sogni in genere sono privi di intelligibilità e ordine. Le
composizioni che costituiscono i sogni sono prive di quelle qualità che
renderebbero possibile ricordarli e vengono dimenticate perché in genere si
scompongono un momento dopo.
I sogni cedono il posto alle impressioni di
un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del
sole.
Chiunque, conducendo ricerche scientifiche, presti attenzione ai
sogni per un determinato periodo di tempo, sognerà più del solito, il che vuol
dire che ricorda i sogni con più facilità e frequenza.
Lo studio
scientifico dei sogni parte dalla supposizione che essi sono il prodotto della
nostra attività mentale. Ciononostante il sogno finito ci colpisce come qualcosa
di estraneo. Siamo così poco portati a riconoscere la nostra responsabilità, che
diciamo altrettanto facilmente mir hat getraumt [“ho avuto un sogno”] che ich
habe getraumt [“ho fatto un sogno”].
I sogni [...] pensano
prevalentemente con immagini visive, ma non esclusivamente; essi infatti fanno
uso anche di immagini auditive e, in misura minore, delle impressioni degli
altri sensi. Molte cose si manifestano nei sogni (proprio come fanno nella vita
da svegli) semplicemente come pensieri o idee, probabilmente cioè in forma di
residui di rappresentazioni verbali. Tuttavia, ciò che è veramente
caratteristico nel contenuto dei sogni, sono quegli elementi che si comportano
come immagini, cioè più simili a percezioni che a rappresentazioni della
memoria. Tralasciando tutte le argomentazioni, così note agli psichiatri, sulla
natura delle allucinazioni, concorderemo con tutte le opinioni autorevoli
sull'argomento nell'affermare che i sogni allucinano, che sostituiscono le
allucinazioni ai pensieri.
Da lungo tempo è stata richiamata
l'attenzione sull'affinità intima tra sogni e malattie mentali, che si rivela
nell'ampia concordanza delle loro manifestazioni. Maury dice che il primo a
rilevarla fu Cabanis e dopo di lui Lélut, J. Moreau e, in particolare, il
filosofo Maine de Biran. Senza dubbio il confronto risale a tempi ancora più
lontani; Radestock inizia il capitolo nel quale ne tratta con delle citazioni
che stabiliscono un'analogia tra i sogni e la pazzia. Kant dice in un punto: “Il
pazzo è un sognatore sveglio”. Krauss dichiara che “la pazzia è un sogno sognato
mentre i sensi sono svegli”. Schopenhauer chiama i sogni una breve follia e la
follia un lungo sogno. Hagen descrive il delirio come vita onirica prodotta non
dal sonno ma da malattia. Wundt scrive: “Noi stessi, in realtà, possiamo
sperimentare nei sogni quasi tutti quei fenomeni che si verificano nei
manicomi”.
L'indiscutibile analogia tra i sogni e la follia, così come
si estende ai dettagli in particolare, è uno dei più potenti sostegni della
teoria medica della vita onirica, che considera il sognare come un inutile
processo disturbatore e come l'espressione di un'attività ridotta dalla mente.
Tuttavia non ci si deve aspettare che troveremo la definitiva spiegazione dei
sogni partendo dai disturbi psichici; infatti è generalmente riconosciuto
l'insoddisfacente stato della nostra conoscenza riguardo all'origine di questi
ultimi. È abbastanza probabile, al contrario, che un cambiamento di
atteggiamento riguardo ai sogni influenzerà nello stesso tempo le nostre
opinioni sul meccanismo interno dei disordini mentali, e che lavoreremo per la
spiegazione delle psicosi mentre stiamo cercando di chiarire il mistero dei
sogni.
L'avversione ad imparare qualcosa di nuovo [...] è caratteristica
degli uomini di scienza. Con parole ironiche Anatole France dice: “Les savants
ne sont pas curieux” [“I saggi non sono curiosi”].
Ciò che Schiller
descrive come un allentamento della sorveglianza alle porte della ragione, cioè
l'atteggiamento di autosservazione priva di critica, non è affatto difficile. La
maggior parte dei miei pazienti lo realizza dopo le prime istruzioni. Io stesso
posso farlo perfettamente aiutandomi con lo scrivere le idee come mi vengono in
mente. La quantità di energia psichica con la quale è possibile ridurre
l'attività critica e aumentare l'intensità dell'autosservazione varia
considerevolmente secondo l'argomento sul quale uno cerca di fissare
l'attenzione.
I sogni non devono essere paragonati ai suoni discordanti
che provengono da uno strumento musicale percosso da un tocco estraneo invece
che dalla mano del musicista, non sono privi di significato, non sono assurdi;
non implicano che una parte delle nostre rappresentazioni sia addormentata,
mentre un'altra parte comincia a svegliarsi. Al contrario, sono fenomeni
psichici pienamente validi e cioè soddisfazioni di desideri; essi possono essere
inseriti nella catena degli atti mentali comprensibili della veglia; essi
vengono elaborati da un'attività mentale estremamente complicata.
Spesso
i sogni si rivelano, senza alcuna maschera, come appagamenti di desideri;
cosicché ci si può meravigliare che il linguaggio dei sogni non sia stato già
compreso da lungo tempo. Per esempio, c'è un sogno che io posso produrre in me
quando voglio, per così dire sperimentalmente. Se la sera mangio sardine, olive
o qualsiasi altro cibo molto salato, durante la notte mi viene sete e mi
sveglio. Ma il mio risveglio è preceduto da un sogno che ha sempre lo stesso
contenuto cioè che sto bevendo. Sogno che sto già bevendo a grandi sorsi
dell'acqua, che ha quel sapore delizioso delle bevande fredde per chi è arso
dalla sete.
I sogni dei bambini sono spesso mere soddisfazioni di
desideri e in questo caso sono ben poco interessanti in confronto ai sogni degli
adulti. Essi non sollevano problemi da risolvere, ma d'altra parte hanno una
grandissima importanza al fine di dimostrare che i sogni, nella loro essenza,
rappresentano l'adempimento dei desideri.
Quando, nel corso di un lavoro
scientifico, ci si trova di fronte ad problema difficile da risolvere, è spesso
un buon sistema quello di aggiungere all'originale un secondo problema, proprio
come è più facile schiacciare due noci insieme piuttosto che
separatamente.
È vero che ci sono dei sogni [...] che sono palesi
appagamenti di desideri. Ma nei casi in cui non si può riconoscere la
soddisfazione del desiderio, dove questo è mascherato, ci deve essere stato un
atteggiamento di difesa contro di esso: e proprio per questa difesa il desiderio
non si è potuto esprimere se non in una forma distorta.
Possiamo [...]
presumere che, nel singolo individuo, i sogni ricevano una forma dall'azione di
due forze psichiche (che possiamo anche chiamare correnti o sistemi), una delle
quali costruisce il desiderio espresso dal sogno, mentre l'altra esercita una
censura su di esso provocando, di conseguenza, una deformazione della sua
espressione.
L'identificazione è un fattore molto importante nel
meccanismo dei sintomi isterici: riesce a far esprimere ai pazienti nei loro
sintomi non solo le loro esperienze personali, ma anche quelle di un gran numero
di altre persone, a farli soffrire in un certo senso per tutta una folla di
gente e a recitare tutte le parti di una commedia da
soli.
L'identificazione viene più frequentemente usata nell'isteria per
esprimere un comune elemento sessuale. L'isterica si identifica nei suoi sintomi
di preferenza, anche se non esclusivamente, con le persone con le quali ha avuto
rapporti sessuali o con quelle che hanno avuto rapporti sessuali con le stesse
persone con le quali ne ha avuti lei.
C'è una componente masochista
nella costituzione sessuale di molte persone, che deriva dalla trasformazione
nel suo contrario della componente aggressiva, sadica. Quelli che provano
piacere, non nel dolore fisico inflitto loro, ma nell'umiliazione e tortura
mentale, si possono chiamare “masochisti mentali”. Si comprende subito che
questo tipo di persone può fare sogni contrari a desideri e sogni spiacevoli,
che tuttavia sono realizzazioni di desideri perché soddisfano le loro tendenze
masochiste.
Tutti abbiamo dei desideri che preferiremmo non svelare ad
altre persone e desideri che non ammettiamo nemmeno di fronte a noi
stessi.
I sogni di angoscia sono sogni di contenuto sessuale, in cui la
libido è stata trasformata in angoscia.
I sogni possono scegliere il
loro materiale da qualunque parte della vita del sognatore, purché ci sia
un'associazione di pensieri che leghi l'esperienza del giorno del sogno (le
impressioni “recenti”) con quelle più lontane.
I nostri pensieri nei
sogni sono dominati dallo stesso materiale che ci tiene impegnati durante il
giorno, e ci preoccupiamo di sognare solo quelle cose che ci hanno dato ragione
di riflettere durante il giorno.
Il regno del motto di spirito non
conosce frontiere.
Se nel corso di un solo giorno abbiamo due o più
esperienze adatte a provocare un sogno, questo farà riferimento ad un tutto
unico; esso è costretto a farne un'unità.
Non ci sono sogni “innocenti”.
Queste sono le mie opinioni nel senso più rigoroso e più assoluto, se lasciamo
da parte i sogni dei bambini e forse le brevi reazioni oniriche a sensazioni
provate durante la notte. A parte questo, ciò che sogniamo o si riconosce in
modo manifesto come psichicamente significativo, o è deformato e non può essere
giustificato finché il sogno non è stato interpretato, dopo di che ancora una
volta risulta essere significativo.
I sogni non riguardano mai delle
sciocchezze; non permettiamo infatti che il nostro sonno venga turbato da
inezie.
I sogni apparentemente innocenti si rivelano essere l'opposto
quando si prende la cura di interpretarli. Si potrebbe dire che sono lupi in
veste d'agnelli.
Ogni sogno è legato alle esperienze recenti nel suo
contenuto manifesto, mentre si ricollega alle esperienze più lontane nel suo
contenuto latente.
I sogni spesso sembrano avere più di un significato.
Essi, come hanno mostrato i nostri esempi, includono parecchie soddisfazioni di
desideri, l'una accanto all'altra; inoltre, una successione di significati o di
soddisfazioni di desideri può essere sovrapposta ad un'altra, dove quella più
profonda è la soddisfazione di un desiderio della prima infanzia. E qui ci si
dovrebbe chiedere di nuovo se non sia più esatto asserire ciò che avviene
“sempre”, piuttosto che “spesso”.
Il fatto che i significati dei sogni
siano disposti in strati sovrapposti costituisce uno dei più delicati ma anche
dei più interessanti problemi dell'interpretazione dei sogni. Chiunque
dimentichi questa possibilità andrà facilmente fuori strada e arriverà a fare
delle affermazioni insostenibili sulla natura dei sogni.
In genere non
siamo in grado di interpretare i sogni di un'altra persona, a meno che essa non
sia preparata a comunicare i pensieri inconsci che si celano dietro al suo
contenuto.
In genere ogni persona ha la facoltà di costruire il suo
mondo onirico secondo le proprie caratteristiche individuali, rendendolo così
incomprensibile agli altri. Appare evidente, comunque, che in contraddizione con
questo, ci sono certi sogni simili per tutti e che si presume abbiano lo stesso
significato per tutti. Un interesse particolare è collegato a questi sogni
tipici, poiché essi presumibilmente sorgono dalle stesse fonti in ogni caso e
quindi sembrano particolarmente qualificati a chiarire le fonti del
sogno.
Solo nell'infanzia ci facciamo vedere seminudi da membri della
famiglia e da estranei, governanti, cameriere, ospiti, e solo allora non ci
vergogniamo della nostra nudità. Possiamo ora osservare che lo spogliarsi ha un
effetto quasi inebriante su molti bambini, anche quando sono più grandi, invece
di far loro provare vergogna. Ridono e saltano da tutte le parti e si
colpiscono, mentre la madre o chiunque sia presente li rimprovera, dicendo:
“Vergognati, questo non si fa!”. I bambini spesso manifestano il desiderio di
esibirsi.
Il paradiso stesso non è altro che una fantasia collettiva
dell'infanzia dell'individuo. Ecco perché l'umanità era nuda in paradiso e non
c'era vergogna, finché arrivò il momento in cui si risvegliò la vergogna e
l'angoscia, seguì la cacciata e cominciò la vita sessuale e il compito della
civiltà. Ma noi possiamo riconquistare questo paradiso ogni notte nei nostri
sogni.
Nella psicoanalisi si impara ad interpretare la contiguità
temporale come connessione oggettiva. Due pensieri che si susseguono
immediatamente senza un nesso apparente, compongono in realtà un'unità che deve
essere scoperta; allo stesso modo, se scrivo una “a” e una “b” di seguito,
devono essere pronunciate come un'unica sillaba “ab”. Lo stesso vale per i
sogni.
I desideri che il sogno soddisfa non sono sempre desideri
attuali. Possono anche essere desideri del passato che sono stati abbandonati,
ricoperti da altri, rimossi, e ai quali dobbiamo attribuire una specie di
continuazione di esistenza solo a causa del loro rivivere in un sogno. Essi sono
morti nel senso che diamo noi alla parola, ma solo nel senso delle ombre
dell'Odissea, che si risvegliavano ad una certa forma di vita appena bevevano
del sangue.
Se qualcuno sogna, con tutte le espressioni di dolore, che
il padre o la madre o un fratello o una sorella muoiono, non impiegherei mai il
sogno come prova che egli desidera la morte di quella persona in quel momento.
La teoria dei sogni non richiede tanto; le basta la deduzione che questa morte è
stata desiderata una volta o l'altra durante l'infanzia del
sognatore.
Molte persone [...] che amano i fratelli e le sorelle e che
si sentirebbero desolate per la loro morte, nutrono contro di essi desideri
cattivi nell'inconscio da moltissimo tempo; e questi desideri possono essere
realizzati dai sogni.
I sentimenti ostili tra fratelli e sorelle devono
essere molto più frequenti nell'infanzia di quanto possa osservare l'occhio
cieco dell'adulto.
I sogni di morte dei genitori si applicano con
maggiore frequenza al genitore dello stesso sesso del sognatore: cioè, gli
uomini sognano soprattutto la morte del padre, le donne quella della madre. Non
posso pretendere che ciò sia universalmente vero, ma lo è nella maggioranza dei
casi, in modo così evidente da richiedere una spiegazione basata su un elemento
che abbia validità generale. Grosso modo, è come se si provasse nei primi anni
una preferenza sessuale: come se i ragazzi considerassero i padri e le ragazze
le madri dei rivali in amore, la cui eliminazione non potrebbe non
avvantaggiarli.
Il medico ha spesso occasione di notare che il dolore
del figlio per la perdita del padre non riesce a soffocare la soddisfazione per
aver infine conseguito la sua libertà.
Le occasioni di conflitto tra la
figlia e la madre sorgono quando la figlia comincia a crescere e a desiderare la
libertà sessuale, mentre si trova sotto la tutela della madre; e per la madre,
d'altra parte, la crescita della figlia è l'avvertimento che è venuta per lei
l'ora di abbandonare le sue pretese di soddisfazioni sessuali.
Il
desiderio della morte dei genitori risale alla primissima infanzia. Nel caso di
psiconevrotici soggetti all'analisi, questa supposizione trova conferma con
certezza assoluta.
I genitori dimostrano in genere una parzialità
sessuale: una predilezione naturale fa in genere in modo che l'uomo tenda a
viziare le figliolette, mentre la madre prende la parte dei maschietti; ciò
anche se entrambi, quando il loro giudizio non è turbato dalla magia del sesso
controllano severamente l'educazione dei loro figli. Il bambino è ben
consapevole di questa parzialità e si ribella contro quello dei genitori che ad
essa si oppone. L'essere amato da un adulto non solo porta al bambino la
soddisfazione di una particolare esigenza ma anche la certezza che si cederà
alla sua volontà in tutto il resto. Così egli seguirà il suo istinto sessuale e
nello stesso tempo rafforzerà la preferenza mostrata dai genitori, se la sua
scelta coincide con la loro.
I genitori hanno la parte più importante
nella vita psichica di tutti i bambini che diventeranno psiconevrotici. L'amore
per un genitore e l'odio per l'altro sono le componenti essenziali del gruppo di
impulsi psichici che si forma in quel periodo e che è tanto importante per la
determinazione dei sintomi della successiva nevrosi.
I sogni sono brevi,
miseri e laconici in confronto all'estensione e abbondanza dei pensieri del
sogno. Un sogno scritto riempirà forse mezza pagina, l'analisi che ricerca i
pensieri latenti può prendere uno spazio sei, otto o dieci volte maggiore.
Questo rapporto varia a seconda dei sogni, ma la mia esperienza mi fa credere
che la direzione non cambia mai.
La formazione dei sogni [è] basata su
un processo di condensazione.
I sogni prendono in considerazione in
generale la connessione che indubbiamente esiste tra tutte le parti dei pensieri
del sogno, fondendo tutto il materiale in un'unica situazione o fatto. Essi
riproducono la connessione logica mediante la simultaneità del tempo. E qui
agiscono come il pittore che in un quadro della Scuola di Atene o del Parnaso
rappresenta in un unico gruppo tutti i filosofi o tutti i poeti. È vero che in
realtà non si sono mai riuniti tutti in un'unica sala o su una cima di montagna,
ma certamente formano un gruppo concettualmente.
L'altemativa “o-o” non
può essere espressa nei sogni in alcun modo. [...] Se, nel raccontare un sogno,
il narratore si sente portato a servirsi di un “o-o”, - per esempio, “era un
giardino o un salotto” -, nei pensieri del sogno non c'era un'alternativa ma un
“e”, una semplice aggiunta. Un “o-o” si usa soprattutto per descrivere un
elemento del sogno che abbia un carattere vago, che comunque può essere risolto.
In questi casi la regola per l'interpretazione è: considera di
uguale valore
le due apparenti alternative e collegale con un “e”.
So per esperienza,
alla quale non ho trovato eccezioni, che ogni sogno tratta del sognatore stesso.
I sogni sono completamente egoistici. Ogni volta che il mio Io non appare nel
contenuto del sogno, ma c'è solo qualche sconosciuto, posso ritenere con
sicurezza che il mio Io si cela mediante l'identificazione con questa persona;
posso inserire il mio Io nel contesto. Altre volte, quando il mio Io appare nel
sogno, la circostanza in cui appare può farmi capire che c'è qualche altra
persona nascosta dietro di me per identificazione. In tal caso il sogno dovrebbe
ammonirmi di trasferire su me stesso, durante l'interpretazione, l'elemento
comune nascosto, che si riferisce a quella persona. Ci sono dei sogni in cui il
mio Io appare insieme ad altre persone, che, quando si risolve
l'identificazione, risultano essere di nuovo il mio Io. Grazie a queste
identificazioni dovrei quindi essere in grado di portare il mio lo a contatto
con determinate idee la cui accettazione è stata proibita dalla censura. Quindi
il mio lo può essere rappresentato in un sogno parecchie volte, ora
direttamente, ora mediante la identificazione con persone
estranee.
Molto spesso l'inversione viene impiegata proprio nei sogni
che sorgono da impulsi omosessuali repressi.
I commenti su un sogno, o
le osservazioni apparentemente ingenue, spesso servono a mascherare una parte di
quanto si è sognato nella maniera più sottile; ma in realtà la
tradiscono.
In qualsiasi lingua i termini concreti, a causa della storia
del loro sviluppo, sono più ricchi di associazione dei termini
concettuali.
Le parole, poiché sono i centri di collegamento di numerose
idee, possono considerarsi come predestinate all'ambiguità; e le nevrosi (per
esempio, le ossessioni e le fobie), non meno dei sogni, si servono
spudoratamente dei vantaggi offerti dalle parole a scopo di condensazione e
mascheramento.
Nell'interpretazione di qualsiasi elemento del sogno in
genere è dubbio: a. se esso vada preso in senso positivo o negativo (come
relazione antitetica); b. se debba essere interpretato storicamente (come un
ricordo); c. o simbolicamente, o d. se la sua interpretazione debba dipendere
dall'espressione verbale.
La presenza dei simboli nei sogni non solo per
alcuni versi facilita la loro interpretazione, ma la rende per altri versi più
difficile.
Nessun altro istinto è stato soggetto fin dall'infanzia a
tanta repressione, quanto l'istinto sessuale con le sue numerose componenti.
[...] Nessun altro istinto lascia tanti desideri inconsci e così forti, pronti a
produrre sogni nello stato di sonno. Nell'interpretare i sogni non dovremmo mai
dimenticare l'importanza dei complessi sessuali, evitando naturalmente
l'esagerazione di attribuire ad essi importanza esclusiva.
Possiamo
affermare che molti sogni, se attentamente interpretati, sono bisessuali, in
quanto ammettono senza dubbio una sovrainterpretazione in cui si realizzano gli
impulsi omosessuali del sognatore, gli impulsi, cioè, che sono contrari alle sue
normali attività sessuali. Tuttavia sostenere, come fanno Stekel e Adler, che
tutti i sogni devono essere interpretati bisessualmente mi sembra una
generalizzazione nello stesso tempo indimostrabile e poco probabile che non mi
sento di appoggiare. In particolare poi non posso ignorare il fatto evidente che
ci sono numerosi sogni che soddisfano esigenze diverse da quelle erotiche, nel
senso più ampio della parola: sogni di fame e di sete, sogni di comodità,
ecc.
Quando io insisto con i miei pazienti sulla frequenza dei sogni
edipici, in cui il sognatore ha un rapporto sessuale con la propria madre, essi
rispondono spesso: “Non ricordo di aver mai fatto un sogno simile”. Subito dopo,
tuttavia, verrà fuori un ricordo di qualche altro sogno poco chiaro e
indifferente, che il paziente ha fatto ripetutamente. L'analisi mostra allora
che questo è effettivamente un sogno con lo stesso contenuto, ancora una volta
un sogno edipico. Posso affermare con certezza che i sogni mascherati di
rapporti sessuali con la madre del sognatore sono molto più frequenti di quelli
manifesti.
L'evoluzione del linguaggio ha facilitato molto le cose ai
sogni. La lingua ha infatti a sua disposizione moltissime parole che in origine
avevano un significato figurato e concreto, ma oggi sono usate in senso sbiadito
e astratto. Tutto quanto i sogni devono fare è dare a queste parole il loro
pieno significato primitivo o retrocedere ad una fase precedente del loro
sviluppo.
Le impressioni del secondo anno di vita, e a volte anche del
primo, lasciano un'impronta durevole sulla vita emotiva di coloro che in seguito
si ammaleranno, e [...] queste impressioni, anche se deformate e in molti modi
esagerate dalla memoria, possono costituire la prima e la più profonda base dei
sintomi isterici. I pazienti, cui spiego queste cose al momento giusto, usano
parodiare questa conoscenza appena acquisita dichiarando di essere pronti a
cercare ricordi che risalgono al tempo in cui non erano ancora in
vita.
Il distacco degli affetti dal materiale rappresentativo che li ha
generati è la cosa più sorprendente che possa loro accadere durante la
formazione dei sogni; ma non è né l'unica né la più essenziale alterazione che
essi subiscono nel loro cammino dai pensieri del sogno al sogno manifesto. Se
confrontiamo gli affetti dei pensieri del sogno con quelli del sogno, una cosa
diventa subito evidente. Ogni volta che c'è un affetto in un sogno, esso si
trova anche nei pensieri del sogno. Ma non viceversa. Un sogno è generalmente
più povero di affetto del materiale psichico dalla cui elaborazione proviene.
Quando ho ricostruito i pensieri del sogno, generalmente scopro che in essi i
più intensi impulsi psichici lottano per farsi sentire e lottano in genere
contro altri che sono in acuto contrasto con essi. Se poi ritorno al sogno esso
appare spesso sbiadito e privo di tonalità emotiva di notevole intensità. Il
lavoro onirico ha ridotto a un livello di indifferenza non solo il contenuto ma
spesso anche il tono emotivo dei miei pensieri. Si potrebbe dire che il lavoro
onirico determina una repressione di affetti.
L'inibizione di affetto
[...] deve essere considerata la seconda conseguenza della censura dei sogni,
come la deformazione del sogno ne è la conseguenza prima.
Come le
rappresentazioni di cose possono apparire nei sogni trasformate nei loro
opposti, così anche gli affetti collegati ai pensieri del sogno; e sembra
probabile che questa inversione di affetti sia prodotta in genere dalla censura
del sogno. Nella vita sociale, ci serviamo ugualmente della repressione e
dell'inversione degli affetti, principalmente a scopo di
dissimulazione.
Solo i rimproveri in cui c'è qualcosa di vero feriscono;
solo quelli ci turbano.
La mia vita emotiva ha sempre richiesto un amico
intimo e un nemico odiato. Sono sempre riuscito a procurarmene di nuovi ed è
anzi successo spesso che la situazione ideale dell'infanzia si sia riprodotta
così completamente da riunire nella stessa persona l'amico e il nemico,
naturalmente non nello stesso momento o con continue oscillazioni, come deve
essere successo nella mia prima infanzia.
Non si può negare che
interpretare e raccontare i propri sogni richieda un alto grado di
autodisciplina. Si è costretti ad emergere come l'unico mascalzone tra una folla
di persone nobili con le quali si divide la vita.
Ci siamo trovati di
fronte all'interrogativo, se la mente impieghi tutte le sue facoltà senza
riserve per la formazione dei sogni o solo una parte di esse funzionalmente
limitata. Le nostre indagini ci inducono a rifiutare interamente la forma in cui
è stata posta questa domanda, poiché date le circostanze essa risulta
inadeguata. Ma se dovessimo rispondere alla domanda nei termini in cui è stata
posta, saremmo costretti a rispondere in senso affermativo ad entrambe le
alternative, anche se apparentemente si escludono a
vicenda.
L'affermazione fatta in questi termini perentori (“Tutto ciò
che interrompe il progresso del lavoro onirico è una resistenza”) è facilmente
aperta ai malintesi. Naturalmente si deve prendere solo come una regola tecnica,
come un avvertimento agli analisti. Non si può confutare che nel corso
dell'analisi si possono verificare diversi eventi non imputabili alle intenzioni
del paziente. Il padre può morire senza che egli lo abbia assassinato, o può
scoppiare una guerra che interrompe l'analisi. Ma al di là dell'evidente
esagerazione, l'affermazione sostiene qualcosa di nuovo e di vero. Anche se
l'evento che causa l'interazione è reale e indipendente dal paziente, dipende
spesso da lui l'entità dell'interazione che provoca; e la resistenza si rivela
inequivocabilmente nella prontezza con !a quale accetta un fatto di questo
genere e nell'abuso che ne fa.
È indubbio che dimentichiamo sempre di
più i sogni con il passare del tempo, dopo il risveglio; spesso li dimentichiamo
nonostante i più faticosi sforzi per ricordarli. Ma sono dell'opinione che
l'entità di questo oblio sia in genere sopravvalutata; e c'è anche una
sopravvalutazione della limitazione della nostra conoscenza del sogno a causa
delle lacune. Spesso è possibile mediante l'analisi ritrovare tutto quanto è
stato perso dimenticando il contenuto del sogno; o almeno, in numerosi casi si
può ricostruire da un frammento non il sogno, che in ogni caso non è importante,
ma l'insieme dei pensieri del sogno. Ciò richiede una certa attenzione e
autodisciplina nel compiere l'analisi; questo è tutto, ma dimostra che non manca
un fine ostile (di resistenza) attivo nel dimenticare i sogni.
L'oblio
dei sogni dipende molto di più dalla resistenza che dalla concezione, messa in
rilievo dagli altri autori, che lo stato della veglia e quello del sonno siano
estranei l'uno all'altro.
Nessuno si deve aspettare che
l'interpretazione dei suoi sogni gli cada in grembo come la manna dal cielo.
[...] Deve ricordarsi del consiglio di Claude Bernard ai ricercatori di un
laboratorio fisiologico: “travailler comme une bete”, lavorare, cioè, con
l'ostinazione di una bestia e con noncuranza per il risultato. Seguendo questo
consiglio, il compito non sarà più così difficile.
Alla domanda se tutti
i sogni possano essere interpretati, bisogna rispondere negativamente. Non si
deve dimenticare che nell'interpretazione del sogno siamo ostacolati dalle forze
psichiche responsabili della sua deformazione. È quindi questione di forza
relativa, se, nell'interpretazione del sogno, il nostro interesse intellettuale,
la nostra capacità di autodisciplina, le nostre conoscenze psicologiche e la
nostra pratica riescono a dominare le resistenze interne. E' sempre possibile
arrivare fino a un certo punto: in ogni caso fino a convincerci che il sogno è
una struttura con un significato, e in genere anche fino ad avere un'idea sul
suo significato.
Spesso c'è una parte anche nel sogno interpretato più a
fondo che dev'essere lasciata oscura; ciò avviene perché ci rendiamo conto
durante il lavoro di interpretazione che a quel punto c'è un nodo di pensieri
del sogno che non può essere districato e che inoltre non aggiunge nulla alla
nostra conoscenza del contenuto del sogno. Questo è l'ombelico del sogno, il
punto dove si immerge nell'ignoto. I pensieri del sogno, ai quali ci conduce
l'interpretazione, non possono, per la natura delle cose, avere dei punti
d'arrivo determinati; sono costretti a ramificarsi in tutte le direzioni
nell'intricata rete del mondo del pensiero. E il desiderio del sogno emerge in
qualche punto in cui questa rete è particolarmente fitta, come un fungo dal suo
micelio.
I deliri sono il prodotto della censura che non si preoccupa
più di celare la sua attività: invece di collaborare nel produrre una nuova
versione che sia ineccepibile, distrugge apertamente ciò che disapprova, così
che ciò che rimane diventa piuttosto incoerente. Questa censura agisce
esattamente come la censura dei giornali alla frontiera russa, che lascia andare
tra le mani dei suoi lettori, che deve proteggere, i giornali stranieri, solo
dopo aver cancellato i passaggi pericolosi.
I desideri inconsci sono
sempre attivi. Ma, nonostante questo, sembra che non siano abbastanza forti da
rendersi percettibili durante il giorno.
Posso dire che è di esperienza
quotidiana il fatto che il rapporto sessuale tra adulti sembri spaventoso ai
bambini che lo osservano e che provochi angoscia in essi. Ho spiegato questa
angoscia deducendo che stiamo trattando di una eccitazione sessuale che la loro
intelligenza non è in grado di affrontare, e che inoltre essi indubbiamente
rifiutano poiché implica i loro genitori; e quindi si trasforma in
angoscia.
La nostra teoria dei sogni considera i desideri che risalgono
all'infanzia come la forza motrice indispensabile per la formazione dei
sogni.
Il punto non è che i sogni creano la fantasia, ma piuttosto che
l'attività inconscia della fantasia contribuisce notevolmente alla formazione
dei pensieri del sogno.
Le elaborazioni di pensiero più complicate sono
possibili senza la partecipazione della coscienza.
Il sogno non è un
fenomeno patologico; non presuppone un disturbo dell'equilibrio psichico; non
lascia dietro di sé una perdita di efficienza.
L'interpretazione dei
sogni è la strada maestra verso la conoscenza delle attività inconsce della
mente.
I sogni non sono gli unici fenomeni che ci permettano di trovare
nella psicologia una base per la psicopatologia.
Il medico e il filosofo
si incontrano solo se entrambi riconoscono che l'espressione “processi psichici
inconsci” è “l'espressione giusta e adatta di un fatto assodato con certezza”.
Il medico può solo scrollare le spalle, se si sente dire che “la coscienza è la
caratteristica indispensabile di ciò che è psichico”, e forse, se nutre ancora
abbastanza rispetto per le espressioni dei filosofi, penserà che non si sono
occupati della stessa cosa e non hanno lavorato per la stessa scienza. Poiché
anche una sola osservazione comprensiva della vita psichica di un nevrotico o
un'unica analisi di un sogno devono lasciargli l'irremovibile convinzione che i
più complicati e razionali processi del pensiero, cui certamente non si può
negare il nome di processi psichici, possono manifestarsi senza eccitare la
coscienza del soggetto.
È necessario abbandonare la sopravvalutazione
della qualità di essere coscienti per potersi formare una visione esatta
dell'origine di ciò che è psichico.
Si deve ritenere che l'inconscio sia
la base generale della vita psichica. L'inconscio è la sfera più larga, che
comprende all'interno la più piccola del conscio. Qualsiasi cosa cosciente ha
uno stadio preliminare inconscio; mentre ciò che è inconscio può restare a
quello stadio e tuttavia reclamare il valore pieno di processo psichico.
L'inconscio è la vera realtà psichica; nella sua intima essenza ci è sconosciuto
quanto la realtà del mondo esterno, e la coscienza ce lo presenta in modo così
incompleto come i nostri organi sensori ci comunicano il mondo
esterno.
Siamo probabilmente portati a sopravvalutare notevolmente il
carattere cosciente della produzione intellettuale e artistica. I racconti fatti
da alcuni degli uomini più produttivi, quali Goethe e Helmholtz, ci mostrano
piuttosto che ciò che è essenziale e nuovo nelle loro creazioni è venuto loro
senza premeditazione e quasi come un insieme già pronto. Non c'è nulla di strano
se in altri casi, dove si richiedeva una concentrazione di tutte le facoltà
intellettuali, anche l'attività cosciente abbia dato il suo contributo. Ma
l'attività cosciente abusa troppo del suo privilegio per cui, ogni volta che ha
un ruolo, nasconde ai nostri occhi tutte le altre attività.
I molteplici
problemi della coscienza si possono afferrare solo mediante un'analisi dei
processi di pensiero nell'isteria.
Credo che l'imperatore romano che
fece uccidere uno dei suoi uomini perché aveva sognato di assassinare
l'imperatore, avesse torto. Avrebbe dovuto cominciare con il cercare di scoprire
il significato del sogno; molto probabilmente il suo significato era diverso da
quello che sembrava. E anche se un sogno con un contenuto diverso contenesse un
atto di lesa maestà come significato, non sarebbe forse giusto ricordare il
detto di Platone, che l'uomo virtuoso si accontenta di sognare ciò che un uomo
malvagio fa realmente? Credo che la cosa migliore sia lasciar liberi i
sogni.
Nell'epoca che possiamo chiamare prescientifica gli uomini non
avevano difficoltà nel trovare una spiegazione ai sogni. Quando al risveglio
ricordavano un sogno, lo consideravano una manifestazione favorevole od ostile
di potenze superiori, demoniache e divine. Allorché cominciarono a diffondersi
le dottrine naturalistiche, tutta questa ingegnosa mitologia si mutò in
psicologia, ed oggi solo un'esigua minoranza delle persone istruite dubita che i
sogni siano un prodotto della mente del sognatore.
Un giorno ho scoperto
con grande stupore che la concezione dei sogni più vicina alla verità non era
quella medica, bensì quella popolare, per quanto fosse ancora per metà implicata
nella superstizione.
Le fobie e le ossessioni sono estranee alla
coscienza normale come lo sono i sogni per la coscienza vigile, e la loro
origine è ignota alla coscienza come quella dei sogni.
Abbiamo tutte le
ragioni per aspettarci che una spiegazione dei processi psichici dei bambini,
nei quali essi, forse, sono notevolmente semplificati, risulti una premessa
indispensabile per le ricerche sulla psicologia dell'adulto.
Nel caso
degli adulti, chiunque abbia esperienza nell'analizzarne i sogni scoprirà con
stupore che anche quelli che all'apparenza sono di una chiarezza trasparente,
raramente sono semplici come nei bambini e che al di là della realizzazione di
desiderio può essere celato qualche altro significato.
Solo raramente
ricorrono nei sogni delle riproduzioni fedeli e dirette di scene
reali.
Numerosi fenomeni della vita quotidiana di persone sane, come
dimenticanze, lapsus, movimenti goffi ed una particolare classe di errori, sono
determinati da un meccanismo psichico analogo a quello dei sogni e degli altri
anelli della serie.
Il futuro che ci mostra il sogno non è quello che
accadrà, ma quello che vorremmo accadesse. La mente popolare si comporta qui
come fa generalmente: crede in ciò che desidera.
I sogni ricadono in tre
categorie, a seconda del loro atteggiamento nei confronti dell'appagamento di
desiderio. La prima categoria è costituita da quei sogni che rappresentano
apertamente un desiderio non rimosso: si tratta dei sogni di tipo infantile che
diventano sempre più rari tra gli adulti. In secondo luogo ci sono i sogni che
esprimono un desiderio rimosso con un travestimento: questi indubbiamente
costituiscono la stragrande maggioranza dei nostri sogni e possono essere
compresi solo con l'analisi. Infine ci sono i sogni che rappresentano un
desiderio rimosso, senza mascherarlo o con una maschera insufficiente. Questi
ultimi sogni sono sempre accomunati dall'angoscia, che li interrompe. In tal
caso l'angoscia sostituisce la deformazione onirica, e nei casi della seconda
categoria l'angoscia si evita solo grazie al lavoro onirico. Non è difficile
dimostrare che il contenuto rappresentativo che produce l'angoscia era una volta
un desiderio, che poi è stato rimosso.
La nostra ipotesi è che
nell'apparato psichico ci siano due agenti di creazione del pensiero, di cui il
secondo gode il privilegio di fare accedere liberamente alla coscienza i suoi
prodotti, mentre l'attività del primo è in sé inconscia e può raggiungere la
coscienza solo attraverso il secondo.
Qualunque desiderio o bisogno ha
l'effetto di inibire Il sonno.
È indiscutibile che i bambini credano
alle immagini oniriche, poiché queste sono rivestite dell'apparenza psichica di
percezioni, ed essi non hanno ancora acquisito la facoltà di distinguere le
allucinazioni o le fantasie dalla realtà.
Dopo avere studiato la
sessualità infantile, che è spesso così riservata nelle sue manifestazioni ed è
sempre trascurata e incompresa, possiamo dire che quasi tutti gli individui
civilizzati conservano sotto qualche aspetto le forme infantili di vita
sessuale. Possiamo quindi comprendere perché i desideri sessuali infantili
rimossi costituiscano impulsi più frequenti e potenti per la formazione dei
sogni.
La maggior parte dei simboli del sogno serve a rappresentare
persone, parti del corpo e attività di interesse erotico; in particolare, i
genitali sono rappresentati da numerosi simboli spesso sorprendenti, e la più
grande varietà di oggetti serve ad indicarli simbolicamente. Armi appuntite,
oggetti lunghi e rigidi, come tronchi e bastoni, rappresentano l'organo genitale
maschile; mentre armadi, scatole, carrozze e forni rappresentano
l'utero.
In linea generale, possiamo distinguere due tipi fondamentali
di dimenticanze di nomi: un nome può essere dimenticato sia perché direttamente
collegato a qualcosa di sgradevole, sia per il suo nesso con altre parole le
quali, a loro volta, richiamino qualcosa di sgradevole. Dunque, i nomi possono
essere perturbati nella riproduzione sia per motivi loro, sia per relazioni
associative più o meno prossime.
Tutti noi sogniamo prevalentemente in
immagini visive. Nei ricordi d'infanzia ritroviamo, in un certo senso, questa
stessa regressione: essi si presentano sempre in caratteri plasticamente visivi,
e ciò anche nei soggetti i cui ricordi successivi non hanno questa
caratteristica. Così, i ricordi visivi si accostano al tipo dei ricordi
infantili.
I lapsus si verificano spesso in periodo di guerra, fenomeno,
del resto, facilmente spiegabile.
L'affinità tra un lapsus ed un gioco
di parole può essere molto forte.
Dobbiamo osservare che spessissimo gli
aristocratici deformano i nomi dei loro medici, dal che si può dedurre che, in
fondo, nonostante la cortesia che ostentano nei loro riguardi, in qualche modo
li disprezzano.
Il lapsus non ha alcun bisogno di essere facilitato
dalla rassomiglianza fonetica e [...] può essere provocato da rapporti inconsci
di natura esclusivamente psichica.
La sostituzione di ciò che si
vorrebbe dire con il suo contrario è determinata dalla autocritica, da un'intima
opposizione contro le parole che ci si propone di pronunciare. Ci si accorge
allora con meraviglia che il tenore di un'affermazione, di una assicurazione, di
una protesta, contraddice nettamente all'intenzione verbale e che il lapsus
mette a nudo l'assenza di una sincerità profonda.
L'ilarità e lo scherno
che i lapsus linguae provocano in circostanze importanti sono una conferma
contro l'opinione generalmente ammessa per cui questi lapsus sarebbero errori
puri e semplici, senza altro significato psicologico.
La perturbazione
del linguaggio sta ad indicare un conflitto interiore. Io escludo che qualcuno
possa commettere un lapsus nel corso di una udienza davanti a Sua Maestà,
durante un'ardente dichiarazione d'amore o davanti ai giurati, mentre si è
impegnati a difendere il proprio onore, il proprio nome, insomma in tutti quei
casi in cui si partecipa totalmente a ciò che si dice.
Un modo di
scrivere chiaro e piano dimostra che l'autore è d'accordo con se stesso, mentre
frasi contorte ed artificiose ci si presentano, senza tema di errore, come
espressione di idee complicate, poco chiare, esposte senza convinzione, come
appesantite dall'autocritica dell'autore.
Dimenticare di apporre la
propria firma è un caso intermedio tra il lapsus calami e la dimenticanza. Un
assegno non firmato equivale ad un assegno dimenticato.
A chi tendesse a
sopravvalutare lo stato attuale delle nostre conoscenze della vita psichica
basterebbe ricordare la funzione della memoria per costringerlo alla
modestia.
Nessuna teoria psicologica è stata ancora in grado di fornire
una spiegazione generale del fenomeno fondamentale della memoria e della
dimenticanza; e perfino l'analisi completa dei dati dell'osservazione è appena
iniziata.
L'abilità inconscia con la quale motivi reconditi, ma
importanti, ci fanno perdere degli oggetti, è paragonabile soltanto alla
“sicurezza sonnambolica”.
Esaminando attentamente i casi di
impossibilità a ritrovare oggetti smarriti, si è costretti ad ammettere che non
può esservi altra causa che un'intenzione inconscia.
La tendenza a
dimenticare ciò che è penoso o riprovevole mi sembra generale, anche se la
facoltà di dimenticare è più o meno sviluppata secondo gli individui. Nella
pratica medica ci imbattiamo in più di un caso in cui i sintomi sono negati e
probabilmente non sono altro che dimenticanze.
Il principio
architettonico dell'apparato psichico è la sovrapposizione, la stratificazione
di più istanze differenti.
Riguardo alle tradizioni e alle leggende di
un popolo si ammette generalmente che, per capirle a fondo, bisogna tener conto
[...] del desiderio di far sparire dal ricordo del popolo ogni fatto che possa
ferire il suo sentimento nazionale. Forse, in seguito, uno studio più
approfondito permetterà di stabilire una perfetta analogia fra il modo in cui si
formano le tradizioni popolari, da una parte, ed i ricordi infantili del singolo
individuo, dall'altra.
Nell'autobiografia di Darwin, si trova il
seguente passo, che rispecchia sia la sua precisione scientifica sia la sua
perspicacia psicologica: “Per molti anni ho seguito una regola aurea: ogni volta
che mi capitava di leggere o comunque di venire a conoscenza di un fatto o di
un'osservazione o di una nuova idea, contraria ai risultati generali ottenuti da
me li annotavo fedelmente ed immediatamente, perché so per esperienza che idee e
fatti del genere si scordano più facilmente di quelli che ci sono
favorevoli”.
Nessuno dimentica di eseguire azioni che reputa importanti,
senza esporsi al sospetto di disturbo mentale.
Le donne, che hanno
un'intuizione più profonda dei processi psichici inconsci, sono generalmente
portate a ritenersi offese se non le si riconosce per la strada, cioè se non le
si saluta. Non pensano mai per prima cosa che la colpa possa essere della miopia
o della disattenzione della persona incontrata. Sostengono che non sarebbe
avvenuto se vi fosse stato dell'interesse.
Anche negli uomini
considerati onestissimi, si scoprono facilmente i segni di un dubbio
comportamento nei riguardi del denaro e della proprietà. L'avidità primitiva del
lattante che cerca d'impadronirsi di tutti gli oggetti (per metterseli in bocca)
non scompare del tutto, in linea generale, sotto l'influenza della cultura e
dell'educazione.
In materia di soldi la memoria degli uomini è
particolarmente tendenziosa. Ho potuto constatarlo su me stesso: dimenticare
frequentemente di non aver ancora pagato quel che si deve è un genere di errore
molto tenace. Nei casi in cui non ci sono in ballo interessi considerevoli, per
esempio il gioco delle carte, l'amore per il guadagno può mostrarsi liberamente.
Allora anche gli uomini più onesti commettono facilmente errori di calcolo,
errori di memoria, e senza neppure rendersene conto, sono coinvolti in piccole
truffe. In questa libertà si rivela il carattere psichicamente tonificante del
gioco. È esatta l'affermazione del proverbio il quale dice che il carattere
degli uomini si rivela nel gioco, purché non s'intenda il carattere manifesto.
Anche gli errori di calcolo di camerieri di bar o di ristoranti possono
spiegarsi alla stessa maniera. Tra i commercianti si può notare un certo ritardo
nel pagare i conti: non è una prova di cattiva volontà, poiché questo ritardo
non gioverà al guadagno, ma solo l'espressione della resistenza psicologica a
staccarsi dal denaro. Brill osserva a questo proposito con perspicacia:
“Dimentichiamo più facilmente lettere che contengono fatture che non quelle che
contengono assegni”. Il fatto le donne abbiano una particolare avversione a
pagare il medico, è dovuto a motivi molto profondi e non ancora chiariti. Di
solito lasciano a casa il portamonete, per cui non possono pagare subito la
visita, tornate a casa dimenticano di spedire la somma dovuta (ciò avviene meno
di frequente) come se volessero ottenere gratis ciò che hanno ricevuto “per i
loro begli occhi”; esse, per così dire, pagano lasciandosi guardare.
Ciò
che costituisce il carattere essenziale del lavoro scientifico non è la natura
dei fatti trattati, ma il rigore metodico che presiede alla constatazione di
quei fatti e la ricerca d'una sintesi più vasta possibile.
Un proverbio
dimostra che il buon senso popolare sa bene che nelle dimenticanze di propositi
non c'è nulla di accidentale. “Ciò che uno ha dimenticato di fare una volta, lo
dimenticherà molte altre volte.”
Quante volte ho sentito dire: “Non mi
assumo questo incarico, perché me ne dimenticherei certamente”. Questa
predizione non contiene assolutamente niente di mistico. Chi parlava in questo
modo intuiva solo vagamente che non voleva assumersi l'incarico, ma non voleva
confessarlo.
Più che in qualsiasi altro settore, quello dell'attività
sessuale ci fornisce prove sicure del carattere intenzionale dei nostri atti
casuali. Ciò perché, in questo campo, il limite che negli atti può ancora
esistere fra intenzionalità e accidentalità è nullo.
Succede spesso per
strada che due persone che camminano in senso inverso nel tentativo di evitarsi
e di cedersi la strada, perdono qualche secondo a spostarsi di qualche passo a
destra o a sinistra, ma entrambi nello stesso senso fino a fermarsi l'uno di
fronte all'altro. Si crea una situazione spiacevole ed imbarazzante, in cui
generalmente si vede l'effetto di una goffaggine accidentale. Invece è possibile
provare che in molti casi questa goffaggine nasconde intenzioni sessuali e
riproduce un atteggiamento maleducato e provocatorio dell'età
giovanile.
Ho potuto capire, dalle analisi dei nevrotici, che la
cosiddetta spontaneità dei giovani e dei ragazzi è una maschera che essi usano
per esprimere o fare senza vergogna parecchie cose
sconvenienti.
Qualsiasi cambiamento del modo abituale di vestirsi,
qualsiasi negligenza, per esempio un bottone abbottonato male, una parte del
corpo lasciata distrattamente scoperta, significa sempre qualcosa che il
proprietario degli abiti non vuol dire direttamente e di cui il più delle volte
non ha alcun sospetto.
Gli atti sintomatici, di una incredibile varietà
sia negli individui sani che nei nevrotici, meritano il nostro interessamento
per più di un motivo. Essi forniscono al medico delle preziose indicazioni che
gli permettono d'orientarsi nel cumulo di circostanze nuove o ancora poco note e
rivelano all'osservatore profano tutto ciò che desidera sapere e qualche volta
anche di più di quel che vorrebbe. Chi sa servirsi di queste indicazioni deve,
all'occorrenza, procedere come faceva il re Salomone che, secondo la leggenda,
comprendeva il linguaggio degli animali.
Non ci si procura sempre degli
amici fra coloro ai quali si rivela il significato dei loro atti
sintomatici.
Osservando la gente mentre è a tavola si ha occasione di
notare chiari atti sintomatici interessanti ed istruttivi.
Nella maggior
parte dei casi, la perdita di un oggetto è un atto sintomatico, cioè nasconde
un'intenzione inconscia da parte di colui che ha subito la perdita. Spesso la
perdita di un oggetto sta a dimostrare il poco valore che gli si attribuisce,
l'avversione per esso o per la persona dalla quale proviene; o, ancora, la
tendenza a perdere un oggetto è determinata da una associazione di idee
simboliche che riversano l'avversione per un oggetto su di un altro. La perdita
di oggetti preziosi esprime i più vari sentimenti; può costituire la
rappresentazione simbolica di una idea rifiutata, perciò un avvertimento che si
preferirebbe non sentire e quindi (in primo luogo) deve essere considerata come
un sacrificio ad oscure potenze che presiedono al nostro destino ed il cui culto
esiste tuttora fra noi.
Chi dimentica dal medico un oggetto che aveva
con sé, come occhiali, guanti, borsetta ecc., significa che non riesce a star
lontano e che vuol tornare al più presto. Infatti Jones osserva: “Si può
all'incirca misurare il successo con cui un medico pratica la psicoterapia, ad
esempio, da quanti ombrelli, fazzoletti, borsette e così via colleziona in un
mese”.
Anche le determinazioni più sottili del modo di esprimersi
parlando o scrivendo meriterebbero più particolare attenzione. In genere si
crede di avere la libera scelta delle parole da cui i pensieri sono rivestiti o
dalle immagini che li mascherano. Una più attenta osservazione rivela che su
questa scelta convergono altre considerazioni e che dalla forma del pensiero
traspare un più profondo significato spesso non voluto. Immagini ed espressioni
usate con preferenza da una persona non sono per lo più irrilevanti agli effetti
di un giudizio su di essa; altre risultano allusioni a un tema momentaneamente
messo da parte, ma che ha colpito profondamente chi parla.
Si è
meravigliati nel constatare che negli uomini il desiderio di verità è molto più
forte di quanto non si creda. Può essere una conseguenza delle mie ricerche
psicoanalitiche il fatto che io sono diventato pressoché incapace di
mentire.
Uno dei tratti salienti e più noti del comportamento dei
paranoici è che essi attribuiscono un'importanza enorme ai particolari più
insignificanti del comportamento altrui, quelli che generalmente sfuggono alle
persone normali. Essi interpretano a modo loro questi dettagli e ne traggono le
conclusioni più impensate.
Mentre l'uomo normale ammette l'esistenza di
una categoria di atti accidentali che non hanno bisogno di motivazione,
categoria nella quale egli inserisce una parte delle proprie manifestazioni
psichi che ed atti mancati, il paranoico esclude ogni elemento casuale nelle
manifestazioni psichiche altrui. Tutto ciò che egli osserva negli altri è
perciò suscettibile di interpretazione.
Aveva [...] relativamente
ragione l'antico Romano, che rinunciava ad un progetto importante perché il
volo degli uccelli era sfavorevole; agiva in modo conforme alle sue premesse. E
se rinunciava al suo progetto perché aveva inciampato sulla soglia della sua
porta, si dimostrava superiore a noi increduli, si rivelava miglior psicologo di
noi. Il fatto d'inciampare denotava l'esistenza di un dubbio, di un'opposizione
interiore a questo progetto, la cui forza poteva annullare quella della sua
intenzione al momento della sua realizzazione. In effetti si può essere sicuri
del successo completo solo quando tutte le energie psichiche tendono al fine
desiderato.
Devo confessare di appartenere a quella categoria di persone
indegne davanti alle quali gli spiriti sospendono la loro attività ed alle quali
sfugge il soprasensibile, e non mi è mai capitato nulla che potesse far nascere
in me la fede nei miracoli. Come tutti gli uomini, ho avuto dei presentimenti e
mi sono successe delle disgrazie, ma non c'è mai stata coincidenza, cioè i
presentimenti non sono stati seguiti dalle disgrazie né le disgrazie sono state
precedute da presentimenti.
C'è molta gente che crede ai sogni
profetici, perché a volte il futuro si realizza come il desiderio lo ha
costruito nel sogno. In questo non c'è nulla di strano, tanto più che la
credulità del sognatore trascura volentieri le considerevoli differenze che
esistono tra il sogno e la sua realizzazione.
Un sogno che il giorno
immediatamente successivo sembra refrattario all'analisi, rivela il suo
contenuto misterioso una settimana o un mese dopo, quando un cambiamento reale,
avvenuto nel frattempo, ha attenuato la forza dei fatti psichici in lotta fra
loro.
A mio parere, studiando i disturbi più gravi potremo illuminare
anche ciò che rimane oscuro nella spiegazione dei disturbi più
leggeri.
Più la motivazione di un atto mancato è innocente, meno l'idea
espressa con questo atto è scandalosa e inaccessibile alla coscienza, tanto più
sarà facile risolvere il fenomeno prestandogli la sufficiente attenzione; i
lapsus più insignificanti sono avvertiti immediatamente e corretti
spontaneamente. Nel caso in cui gli atti mancati siano propriamente determinati
da tendenze rimosse, è necessaria un'analisi approfondita, che a volte incontra
grandi difficoltà ed in certi casi può anche fallire.
Talune malattie,
le psiconevrosi in particolare, sono di gran lunga più accessibili all'influsso
psichico che a qualsiasi altra forma di terapia. Non è una affermazione moderna
bensì un vecchio detto dei medici, che queste malattie non sono curate dal
farmaco, ma dal medico, cioè a dire dalla personalità del medico, in quanto
questi esercita un influsso psichico per mezzo di essa.
Il metodo
analitico in psicoterapia è un metodo che penetra più a fondo e porta più
lontano, l'unico mediante il quale si possano realizzare nei pazienti le
trasformazioni più ampie. Lasciando per un momento da parte le considerazioni
terapeutiche, posso anche dire che questo metodo è il più interessante, l'unico
tra tutti che ci informi sull'origine e sui rapporti reciproci dei fenomeni
patologici. Soltanto esso, grazie alla possibilità che ci offre di penetrare
nella malattia mentale, sarebbe in grado di condurci oltre i suoi stessi limiti
e di indicarci la via verso altre forme di influenza terapeutica.
Non è
tanto facile suonare lo strumento della mente.
Vi sono diverse
caratteristiche del metodo analitico che non gli consentono di essere una forma
ideale di terapia. Tuto cito, iucunde: ricerche ed esperimenti non depongono per
la rapidità dei risultati.
Il trattamento psicoanalitico è molto
esigente sia col malato che col medico. Dal paziente esige sincerità assoluta,
già un sacrificio in sé; richiede molto tempo, per cui è anche costoso; porta
via molto tempo anche al medico e la tecnica che questi deve apprendere e
praticare è assai difficoltosa.
Il trattamento psicoanalitico in linea
generale può essere concepito come una rieducazione a superare le resistenze
interne.
Un certo grado di feticismo è abitualmente presente nell'amore
normale, specialmente in quei suoi periodi nei quali lo scopo sessuale normale
non sembra raggiungibile o la sua realizzazione non sembra vicina.
Il
piacere di guardare (scopofilia) diventa una perversione: a. se è esclusivamente
limitato agli organi genitali; b. se oltrepassa il senso di disgusto (come nel
caso dei voyeurs, coloro che stanno ad osservare le funzioni di defecazione); c.
se, invece di costituire una funzione preparatoria del normale scopo sessuale,
lo sostituisce.
La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile
contiene un elemento di aggressività - un desiderio di dominare, che la biologia
sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza
dell'oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non
sarebbe altro che una componente aggressiva dell'istinto sessuale divenuta
indipendente ed esasperata e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di
guida.
Il masochismo, come forma di perversione, sembra essere più
lontano dallo scopo

